Il Tirreno

Versilia

Di Giorgio, l’artista che indaga l’anima interpretando il mondo

di ADOLFO LIPPI
Di Giorgio, l’artista che indaga l’anima interpretando il mondo

Si inaugura oggi a Palazzo Panichi di Pietrasanta la presentazione dell’opera del pittore viareggino

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di ADOLFO LIPPI

Oggi a Palazzo Panichi di Pietrasanta si presenta l'opera pittorica di Giorgio Di Giorgio, pittore viareggino di grandissima umanità e di rara qualità pittorica.

Di Giorgio è un pittore importante. Perché i suoi quadri sono di eccezionale sincerità. Egli ha più volte detto «la mia pittura è espressione della mia vita». E se si guarda la sua vita questa è fatta di entusiasmo, coerenza «principio speranza», sia quando, dal Sessantotto in poi, ha partecipato alla politica rivoluzionaria sia quando egli, quotidianamente, assiste i disagiati e gli emarginati, sia quando interroga se stesso mai a caso, mai assolvendosi, sempre ripetendo lo scavo nei sentimenti e nelle pulsioni.

Figlio di Leonardo, storico partigiano, professore di matematica, nipote di nonno Ettore, anche egli pittore non tra gli ultimi, Giorgio Di Giorgio ha partecipato alla vita attiva della sua città non tra i protagonisti di prima fila, non con gli slogan cari all'Impegno, con una puntuale partecipazione a fianco degli ultimi, con un lavoro invisibile di ore «dentro lo studio» dove ha dialogato e continua a dialogare con i maestri dell'arte, da Morandi a Becon, dai quali ha appreso che per ottenere risultato occorre cercare, ripetere, lavorare, disegnare, pitturare senza mai affidarsi alle urgenze della cronaca. Che Di Giorgio rinvia ad altra dimensione: quando compila manifesti che poi affigge al terrazzo dello studio. Manifesti contro le ignominie della società. Che restando tutta via separati dall'arte dove egli coniuga anche poesia, tenerezza, pietas, delicatezza, gusto del colore.

Antonella Serafini, la nota ed intelligente critica d'arte che da anni lo segue e lo interpreta, scrive così di lui: «Di Giorgio affida all'arte anche la scoperta del proprio io, smonta il paesaggio per scoprire le strutture segrete, indaga tra gli abissi del suo animo».

C'è quindi la possibilità di due letture dell'opera di Di Giorgio: una, immediata, gode paesaggi e figure raffinate, eleganti, ben composte nei toni, quasi una calligrafia orientale (cinese), quasi che il pennello segni un linguaggio, lirico e filosofico.

La seconda lettura è analitica, subisce il fascino della destrutturazione (cara al pensiero francese post-esistenziale) che fece di Marx, Freud, Nietzche, i campioni “negativi” della “scuola del sospetto”, la scuola che abbatté i miti dell'Ottocento positivista.

A Viareggio su questa strada si erano già avviati pittori quali Santini e Marucci. Il primo perché toccato da infatuazioni informali, il secondo perché amico di Moravia e Cesare Garboli, avvertì gli spasmi dell'intelligenza “dietro”, cercò di fare vedere l'oltre della realtà, istigato a ciò del letterato viareggino Luca Ghiselli (e da Rilke).

La mostra di Giorgio Di Giorgio consente così una esplorazione sulla pittura e sull’arte viareggina del dopo guerra.

A Viareggio si è molto pitturato e si pittura ma poche sono le personalità attraverso cui si coglie il dibattito universale sull’estetica e sulle immagini.

C'è chi porta avanti la lezione del figurativo nelle due visioni: quella espressionista che proviene da Lorenzo Viani (e sono Altemura, Dolfi), quella impressionista (che ebbe in Paltrinieri, Moses Levy, Catarsini e Sargentini i suoi epigoni).

Poi vi sono i neo-figurativi intrigati anche dall'astratto (Martinelli, Luporini, Geri, Mannocci, Biagi).

Infine vi sono gli astratti puri (Dino La Bianca), i contemporanei d'avventura (il gruppo Bau, Battisti). E personalità assai dentro la cultura nazionale (Mario Francesconi), che importano nell'arte figurativa tormenti e voglie di letterati, poeti, cineasti. Come si richiede nel “Contemporaneo” che a volte prende e resuscita la pittura, spesso invece fa altre cose: documento, traccia, happening, teatro.

Di Giorgio, dice la Serafini, è “certosino”. Si intende un uomo che ha pianzentenacia, operosità infinita.

Chi lo guarda nel suo studio in via San Martino, dirimpetto alla famosa pasticceria Mantovani, regno di gola e profumi stimolanti, può davvero credere che il tempo passi mai: Giorgio Di Giorgio è lì come trent’anni fa, i quadri d’allora sono i quadri di oggi. Però egli è ben vicino a ciò che accade attorno. Esce dallo studio e porta il pane a chi non ce l’ha.

Ma guarda un po': nella Viareggio di Internet e dei facili consumi c'è ancora chi manca di pane? Certo. Chi sta nella vita vera di questo si accorge. Altri hanno sempre la testa alla festa.

La pittura di Di Giorgio è tutto meno che ludica, evasiva, capricciosa, compiaciuta. È vita attiva.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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