Strage, attacco al giudice Il clima in aula si fa pesante
I difensori degli imputati: dubitiamo della capacità di giudizio del Collegio Il pm Giannino: hanno chiesto informazioni sulla vita privata di Boragine
VIAREGGIO. La squadra prende un gol e il mister ferma tutto. Per poi, sdegnato, tentare di riprendersi il pallone. È la scena vista ieri nell’aula del Polo fieristico di Lucca, terza udienza del processo per il disastro ferroviario del 29 giugno a Viareggio. Il Tribunale di Lucca, nelle persone del collegio giudicante (Gerardo Boragine, Nidia Genovese e Valeria Marino), ammette enti, associazioni, sindacati e parenti come parti civili ed il presidente del collegio, lo stesso Boragine, finisce contestato. Con parole che raramente si ascoltano in un’aula di Tribunale. E che suscitano la dura reazione del pm Salvatore Giannino: «Voglio le trascrizioni di questa udienza. Qui si è parlato di volontaria manipolazione delle tabelle degli uffici giudicanti e sono state cercate notizie sulla vita privata del giudice. Con avvocati che andavano in giro a cercare di capire con chi mangiava il giudice e con chi giocava a calcetto!».
A servire l’assist al pm era stato, poco prima, l’avvocato Cesare Piazza, difensore di Emilio Maestrini, all’epoca dei fatti responsabile dell’unità produttiva Direzione ingegneria, sicurezza e qualità di Trenitalia. «Avete visto in quest’ aula - così le parole del difensore - il sindaco di Viareggio con tanto di fascia tricolore, venuto a chiedere che questa non fosse l’ennesima strage impunita d’Italia...Bene: vi sentite di poter decidere in coscienza? Noi dubitiamo seriamente della vostra terziarità». Poi, l’affondo, sempre rivolto ai tre giudici, componenti di quel terzo Collegio che il Tribunale di Lucca ha creato nel mentre avveniva lo scioglimento della sezione distaccata di Viareggio: «Lei è un presidente viareggino di adozione, di attinenze e di frequentazioni - ha continuato l’avvocato Piazza -. Ha valutato le conseguenze che troverà in caso decidesse per l’assoluzione degli imputati? ». Al quesito risponde direttamente la conclusione cui giunge il difensore: «Potrebbe incappare financo nell’ostracismo del bar dove è solito andare a prendere il caffè!».
Come si è già visto, sia nel corso dell’udienza preliminare che in questo avvio di processo, lo schema della “squadra” dei difensori tende a ripetersi: alla fase tutta condotta in punta di diritto dagli studi dei professori e dai loro collaboratori, segue quella nella quale si prova a tirare in porta, comunque vada. «Sull’imparzialità del Collegio non ho alcun dubbio», esordisce l’avvocato Armando D’Apote: «Ma non è sufficiente essere imparziali...bisogna anche apparire tali...». E un attimo. Quanto basta per dare un calcio a tutte le ripetute rassicurazioni di rito sul fatto che non si stia mettendo sotto accusa tre giudici e la loro capacità di saper fare il delicato mestiere che si sono scelti: «Sospetto che dentro tutto questo si sia individuato un giudice ad hoc, con un valore simbolico. Se sia stato fatto colposamente o dolosamente non interessa...».
Quello che conta - dirà poco dopo Cesare Piazza - è che «fuori e dentro questo processo c’è una pesante aria di aggressione polemica». Aggressione che il legale imputa «alle organizzazioni (dei familiari e a quelle che le sostengono, ndr) e ai media che li sostengono» che non dimostrano «alcun rispetto per gli imputati«.
A queste affermazioni ha risposto con poche, efficaci parole l’avvocato Gabriele Dalle Luche (sindacato Orsa e Rls): «Un clima pesante? Non mi pare proprio. Il comportamento dei familiari è improntato alla più assoluta dignità...». Come si è visto ieri nell’aula del Polo fieristico, nella quale i familiari hanno assistito attoniti ma più che rispettosi all’attacco ai giudici andato in scena.
Si torna in aula l’8 gennaio del prossimo anno, invece che il 18 dicembre, come previsto, perché il presidente Boragine ha un impegno professionale a Firenze al quale non può mancare. In un passaggio flash, Boragine ha interrotto l’avvocato Dalle Luche che intendeva soffermarsi sulle accuse ascoltate dai banchi dei difensori: «Non si preoccupi, avvocato - ha detto Boragine -: sono cose che non mi toccano...».
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