Sicurezza
Ferrovie: fuori i fratelli dal processo per la strage
I difensori degli imputati chiedono l’esclusione di Maccioni e Falorni dalla costituzione di parte civile. Rombi: non vogliamo neanche pensare che accada
VIAREGGIO. La foto, nei giorni successivi a quel maledetto 29 giugno, divenne uno dei simboli della tragedia: una giovane donna china sulle macerie, ne tira fuori un orsacchiotto. In quei giorni le famiglie Piagentini e Maccioni mostrarono tutto il dolore del mondo nel modo più composto e coraggioso. Andrea Maccioni, fratello di Stefania e zio dei suoi bambini Luca e Lorenzo, abbiamo imparato a conoscerlo tutti da lì in poi. In strada, sempre. Con indosso la foto dei propri cari scomparsi. Domani di torna in Tribunale. Terza udienza del processo appena iniziato. È il giorno in cui il Tribunale (collegio composto dai giudici Gerardo Boragine, Nidia Genovese e Valeria Marino) deciderà in merito a quali parti civili ammettere e quali no, Tra le quasi 80 ammesse tra marzo e luglio dal giudice per l’udienza preliminare, Alessandro Dal Torrione. Il quale - con un provvedimento di quelli che fanno scuola - ha ammesso anche sindacati e rappresentanti alla sicurezza dei ferrovieri di tutta Italia.
Ma Andrea Maccioni non ha diritto alla costituzione. Come non lo ha Silvano Falorni, tra i familiari più attivi e attenti da subito dopo aver sepolto la briciola che restava di quel “fratellone” Andrea cercato per giorni tra le macerie, insieme agli altri membri della famiglia. Almeno secondo la richiesta depositata da uno degli avvocati di Rete ferroviaria italiana, Carla Manduchi.
«Cosa chi aspettiamo domani? Ci aspettiamo che quel dolore che ci accomuna, tutti noi familiari, non debba subire anche questo...». Così risponde Daniela Rombi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime “Il mondo che vorrei”, che nella strage del 29 giugno 2009 ha perso la figlia, Emanuela Menichetti di soli 21 anni.
La “colpa” che esclude Maccioni e Falorni, in quanto fratelli di vittime, e altri familiari compresa un ex coniuge, è quella di non essere conviventi con i cari che hanno perso la vita tra lo strazio di quella notte. «A questi difensori - commenta Daniela Rombi - va sicuramente l’ “oscar” della fantasia...».
Devono essere escluse - sottolinea l’avvocato Manduchi nella memoria depositata - «le parti civili che vantino un danno non patrimoniale per recisione dell’ “affectio familiaris” per rapporti di parentela non prossimi o che non vantino un rapporto di convivenza». A sostegno della propria tesi, Manduchi chiama una sentenza della Corte di Cassazione del marzo 2012.
Alla quale l’avvocato Tiziana Pedonese, difensore di alcuni dei familiari la cui costituzione è stata messa in discussione, oppone altrettanta sentenza, Cassazione penale, giugno di quest’anno. Nella quale si mette in discussione proprio il requisito della convivenza come elemento essenziale dell’ammissibilità o meno della costituzione di parte civile: «Ritiene il Collegio che non possa ritenersi determinante il requisito della convivenza, poichè attribuire a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l'importanza di un legame affettivo e parentale la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse».
E non c’è affetto più immenso di quel chinarsi tra le macerie per tirarne fuori un ricordo o un frammento di corpo polverizzato.
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