Gioco
Passa dalla Versilia l’inchiesta fiorentina sul Consorzio Etruria
Indagini chiuse, tra le 23 richieste di rinvio a giudizio anche quelle per Placida Canozzi e Giovanni Turba
VIAREGGIO. Attraversa Viareggio e la Versilia (come pure Lucca) l’inchiesta della Procura di Firenze sul Consorzio Etruria. Tra i 23 dirigenti dell’azienda per i quali i sostituti procuratori Luca Turco e Giuseppina Mione hanno chiesto il rinvio a giudizio, al termine delle indagini condotte dalla guardia di finanza, ci sono anche Placida Canozzi, residente a Viareggio e già vice presidente del Consorzio, e Giovanni Turba, residente a Forte e già presidente del consiglio di amministrazione della “Etruria investimenti Srl”, società interamente controllata dallo stesso Consorzio Etruria.
Falso in bilancio, truffa e svariate bancarotte sono i reati contestati ai 23 dirigenti per i quali la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio.
In particolare a Giovanni Turba vengono contestate le operazioni che hanno legato il Consorzio Etruria all’impresa edile “Baldassini Tognozzi Pontello”. Siamo nel 2010 e la società di Riccardo Fusi è già in mezzo alla bufera delle inchieste aperte che lo porteranno agli arresti domiciliari per bancarotta. Ma il Consorzio Etruria, la cooperativa che è un pezzo portante dell’economia della Toscana che guarda a sinistra, sembra impermeabile a quanto sta accadendo intorno alla Btp di Fusi. Ai dirigenti finiti sotto inchiesta viene contestato di aver «consumato una notevole parte del patrimonio del Consorzio» in alcune operazioni definite come «imprudenti». Operazioni condotte proprio attraverso l’”Etruria investimenti”. Tra gennaio e maggio 2010, per esempio, la società presieduta da Turba acquistava dalla “Baldassini Tognozzi Pontello” «il 50,1% del capitale sociale della Srl “Società toscana industria del freddo”, al prezzo complessivo di 24,5 milioni, prezzo eccessivo - scrivono i pm - rispetto al valore della partecipazione acquistata». Un valore che gli inquirenti stimano «non superiore a 8,6 milioni di euro». La sovrastima determina «una perdita per la società di non meno di 15,9 milioni, avendo agito nella conduzione e nella finalizzazione della trattativa, in violazione degli obblighi di diligenza professionale». In una situazione del gruppo che, invece, avrebbe dovuto «imporre il perseguimento di una strategia imprenditoriale diretta alla riduzione dell’indebitamento ed al contenimento delle iniziative». In questa vicenda, nel febbraio 2010, arrivano alla Btp pagamenti in acconto per 6 milioni «senza che tale modalità di liquidazione risultasse in alcun modo giustificata».
Analoghe valutazioni per un’operazione datata gennaio-aprile 2010: quando l’”Etruria investimenti” acquista dalla Btp il 50% della “Rignano Srl”, per 2 milioni. Una partecipazione che gli inquirenti definiscono «in effetti priva di valore, stante la presenza sin dall’origine di un deficit».
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