La protesta
«Mi doveva dei soldi, ma cercai di salvarlo»
Roberto Romanini ricostruisce il difficile rapporto con Stefano: gli dissi di fare denuncia, non mi ascoltò
CAMAIORE. «I rapporti tra me e mio cugino non erano rosei. Anche se negli anni l’ho sempre aiutato: era sangue del mio sangue. Quando trovai l’auto crivellata di colpi per l’attentato gli dissi più volte di andare dai carabinieri, ma non volle ascoltarmi. Io non avevo tensioni verso Stefano era lui ad avercela con me». Roberto Romanini è arrivato in tribunale per raccontare la sua versione dei fatti sui rapporti con il cugino Stefano e con i carabinieri accusati di non aver segnalato l’attentato subito da quest’ultimo nell’aprile 2010, a pochi mesi dall’omicidio. Vestito con una camicia chiara, leggermente affaticato per il lungo soggiorno in carcere (per un presunto sequestro di persona non legato né all’omicidio né alla vicenda dei carabinieri) ma deciso a dire la sua. Romanini, assistito dall’avvocato Maurizio Tonnarelli, ha detto di aver notato l’auto del cugino in un terreno a poca distanza da casa sua - in via di Contra a Camaiore - al ritorno da un viaggio d’affari in Svezia a fine aprile 2010. «Ho chiesto spiegazioni a Stefano ma non me ne ha date, anzi mi ha detto di occuparmi dei fatti miei - afferma l’imprenditore - così ho scattato delle foto che ho consegnato ai carabinieri e poi anche al mio avvocato. La macchina l’ho fatta vedere anche a Iardella (uno dei carabinieri finiti a processo ndr )».
Romanini ha dovuto rispondere a un fuoco di fila di domande da parte del pm Fabio Origlio e degli avvocati dei carabinieri. Soprattutto sulle sue visite alla caserma di Camaiore per raccontare l’attentato subito dal cugino e per parlare della presunta truffa subita dallo stesso. I militari non hanno mai redatto denunce sui fatti raccontati da Romanini. «Per anni ho fatto segnalazioni ai carabinieri su cose che non andavano a Camaiore - ha detto l’imprenditore - e non sono mai state messe per iscritto. Più volte mi è stato detto che erano in corso indagini».
Romanini ha anche raccontato della società creata con il cugino (la RB) e dei soldi prestati a quest’ultimo. «Mi aveva detto di avere tra le mani ottimi affari - ha detto Romanini - e mi ha chiesto del denaro per cominciare l’attività. Io e i miei figli siamo entrati con il 45% nella società. L’ho personalmente accompagnato in banca facendogli consegnare 160mila euro. Ma che fine abbiano fatto quei soldi non lo so». Anche in questo caso non sono state fatte denunce ai carabinieri di Camaiore. «Mi avevano detto che era una questione civile e non penale - ha detto l’imprenditore - e che dovevo farla presentare dall’avvocato».
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