Gioco
Le figlie di Romanini accusano «Attentato contro nostro padre»
Drammatica testimonianza al processo ai carabinieri accusati di favoreggiamento per l’omicidio «Ci raccontò che fu il cugino Roberto a dirgli di andare all’appuntamento: poi qualcuno gli sparò»
CAMAIORE. Un’auto crivellata di colpi, nascosta sotto un telo. Un prestitito di soldi, forse 160mila euro, mai restituito. E una serie di enigmi- tra ruggini familiari, misteriosi attentati, prestiti di denaro e un omicidio ancora senza colpevoli – per i quali toccherà ai giudici trovare una non facile risposta.
Scambi di accuse. Ieri in tribunale a Lucca si doveva parlare del processo ai tre carabinieri accusati di favoreggiamento nel caso dell’omicidio di Stefano Romanini (l’imprenditore freddato di fronte a casa a Camaiore l’8 febbraio 2011). Ma alla fine l’udienza si è trasformata in uno scontro, anche drammatico, tra diverse versioni dei fatti: da una parte c’è stata la testimonianza del cugino dell’ ucciso, Roberto Romanini, uscito per l’occasione dal carcere in cui è rinchiuso da mesi (per un presunto sequestro di persona ai danni di un imprenditore rivale); dall’altra le toccanti testimonianze delle figlie dell’ucciso che hanno gettato un’ombra sull’operato dello stesso Roberto Romanini, che - secondo quanto raccontato loro dal padre (ma la storia presenta alcune lacune rilevate dagli avvocati dei carabinieri) - avrebbe attirato Stefano sul luogo del presunto attentato dicendo che lì, sotto un viadotto dell’autostrada a Piano di Mommio, qualcuno gli avrebbe consegnato una valigetta con dei soldi. Roberto Romanini (principale indagato per l’omicidio del cugino, anche se per quella data ha fornito un alibi di ferro) ha sempre negato di aver fatto quell’invito e afferma invece di aver più volte invitato il cugino a sporgere denuncia dai carabinieri.
Trappola o attentato? Un padre spaventato che rientra a casa con l’auto crivellata di colpi. Ancora tremante Stefano Romanini racconta prima alle moglie e poi alle figlie la sua versione dei fatti sul misterioso attentato subito. Qualche mese dopo quella stessa storia sarà raccontata - a poche ore dall’omicidio di Romanini - dalle tre donne in lacrime alla polizia. La versione dei fatti dell’imprenditore ucciso sull’attentato subito è stata ribadita ieri, per la prima volta in un’ aula di tribunale, dalle figlie e dai fratelli di Romanini. «Fu Roberto Romanini - hanno detto - a dire a nostro padre di andare sotto l’autostrada dove avrebbe trovato una persona con dei soldi per lui. Quando arrivò là, sentì partire dei colpi di pistola verso la sua auto e fuggì». Questa versione non è comunque la sola comparsa in aula. Secondo Roberto Romanini, il cugino Stefano avrebbe infatti fatto racconti diversi ai suoi operai, addirittura spostando il luogo dell’attentato dalla Versilia a Massa.
Le denunce fantasma. Al momento della testimonianza delle figlie di Stefano Romanini, Roberto Romanini non era più in aula(e quindi non ha potuto rispondere direttamente). Da queste accuse (già registrate dalla polizia dopo l’omicidio) dovrà difendersi in altra sede, se mai verrà rinviato a giudizio per l’omicidio di Stefano (per ora Roberto Romanini è solo iscritto nel registro degli indagati). Il processo di ieri deve infatti chiarire solo le eventuali responsabilità dei carabinieri Gianluca Martignetti, Ennio Iardella e Ciro Ionta (difesi ieri dagli avvocati Giacomo Ciardelli, Eros Baldini e Titano Marsili). Per questo sono state importanti le testimonianze rese da Roberto Romanini. «A Iardella avevo dato da anni un capannone dove svolgeva l’attività di fabbro - ha detto l’imprenditore - a lui dissi dei colpi di pistola sull’auto di mio cugino. Le stesse cose le raccontai poi in caserma di fronte a Martignetti e Ionta. Con i carabinieri ho sempre avuto un ottimo rapporto. A loro dissi anche che mio cugino era nervoso e che andava in giro armato». Il punto - che dovrà essere chiarito dalle testimonianze dei tre carabinieri - è perché da questi racconti non è mai stata redatta una denuncia scritta. E soprattutto perché non è mai partita un’indagine.
Diari e intercettazioni. Un aiuto a chiarire i fatti potrebbe essere dato dal diario dell’imprenditore ucciso e dalle intercettazioni telefoniche. Stefano Romanini aveva infatti scritto che Martignetti gli aveva parlato dell’attentato e delle minacce, ma che lui aveva negato. In un’intercettazione telefonica registrata dopo l’omicidio, Martignetti parla invece con un ispettore di polizia e ipotizza che Iardella sia ricattato da Roberto Romanini. In aula ieri Romanini ha decisamente negato questa ipotesi. «Iardella era un amico e ho sempre avuto rapporti cordialissimi con gli altri carabinieri». Nelle prossime udienze toccherà ai militari fornire le loro verità.
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