Caos banchine: tutti gli enti sapevano
Senza esito la denuncia della Viareggio porto sulla “Maestri d’ascia e calafati” ed i controlli dell’ufficio demanio del Comune
VIAREGGIO. «Si segnala, per i provvedimenti di competenza, che in data odierna nel tratto di 60 metri a partire dallo spigolo sud-est della banchina "Maestri d'Ascia e Calafati" in darsena toscana , destinati dalla delibera della giunta comunale di Viareggio n° 660/07 "ad uso governativo" per l'ormeggio delle unità navali del corpo delle Capitanerie di porto in allestimento e/o lavori, sono ormeggiate oltre che due motovedette della Capitaneria le seguenti unità da diporto di proprietà di privati»: scrive così il 18 novembre 2007 Stefano Maestrelli, allora presidente della Viareggio porto. La comunicazione è indirizzata al presidente della Regione, al sindaco, all'ufficio Attività portuali del Comune, al Comando della polizia municipale e alla Capitaneria di porto. Alla domanda se qualcuno dei soggetti interessati abbia mai risposto, Maestrelli oggi scuote la testa e pronuncia una sola sillaba: «No».
Provare per credere, oggi, a contare le motovedette ormeggiata alla banchina lungo via Coppino all’ombra del cantiere “Codecasa due” che le stesse costruisce con riconosciuto successo. Rivendicando - nel ricorso al Tar presentato nel maggio 2007 (pochi mesi prima della lettera di Maestrelli) e firmato dall’avvocato Edoardo Brusco, un’autorizzazione della Capitaneria (12422 del 1994) all’ormeggio di «barche da diporto per manutenzione ordinaria e/o straordinaria negli intervalli di tempo in cui la banchina stessa venisse a trovarsi libera e sgombera per la temporanea assenza di motovedette militari all’ormeggio».
In realtà, dal 1994 ad oggi di acqua ne è passata lungo banchina. Ed è una storia che vede una sorta di braccio di ferro, atto dopo atto, tra Comune, Capitaneria e cantiere. Con il tentativo di aderire a quanto previsto dal Piano regolatore portuale, destinando lo specchio acqueo ad «unità da diporto in via prioritaria in favore di enti pubblici) (delibera 219 del 30 marzo 2007) che naufraga sul Protocollo d’intesa Comune -Capitaneria del 3 settembre 2007 che destina i primi 60 metri della banchina (monti-mare) ad uso governativo per la Capitaneria. Protocollo talmente ancora attuale che la stessa banchina, con lo specchio acqueo, vengono esclusi nel 2001 dai beni da sdemanializzare in quanto destinata all’ormeggio delle motovedette della Capitaneria «in allestimento o ai lavori». Basti farsi un giro, questa mattina stessa, per verificare la situazione reale.
Situazione che - abbiamo verificato - era ben nota fin da sempre. Tanto che l’ufficio demanio - ce lo conferma l’ex dirigente Angelo Bertolucci (oggi la materia è passata nelle mani dell’Autorità portuale) «ha effettuato sopralluoghi con tanto di foto dove si evidenziava come la banchina non fosse occupata dalle motovedette». Più volte l’ufficio demanio si muove, «e l’allora comandante della Capitaneria, Giovanni Canu, rispose che le motovedette erano in arrivo...». Poi finisce tutto in una bolla di sapone. «I controlli sulle barche ormeggiate avrebbe dovuto farli la stessa Capitaneria», sottolinea Bertolucci che aggiunge: «Alla fine il Comune avrebbe dovuto mettersi contro un organo dello Stato...».
Nel segnalare la difformità tra quanto stabilito dagli atti comunali e l’effettivo ormeggio in banchina, più o meno negli stessi giorni di novembre Maestrelli scrive anche all’allora sindaco Marco Marcucci: «Ritengo che detto utilizzo non sia appropriato e volevo informare che è nostra intenzione, una volta verificate le modalità e le forme, inviare nei prossimi giorni specifiche segnalazioni del fatto agli organi che hanno potere di vigilanza sulla materia».
Oggi che il porto è attraversato dall’inchiesta della Procura di Lucca e governato dalla neonata Autorità portuale capita di vedere ormeggiare sulla stessa banchina i diportisti di ritorno dalle regate. Ma allo Stato non è stato raccontato che quella banchina è un bene escluso dalla vendita perché destinato alle motovedette della Capitaneria?
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