Il Tirreno

Versilia

Noi, ebrei di Lido sopravvissuti grazie a Gino Bartali

Noi, ebrei di Lido sopravvissuti grazie a Gino Bartali

Una novantenne ha testimoniato che il campione durante la guerra portò alla sua famiglia i documenti che la salvarono

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CAMAIORE. Il nome di Gino Bartali, il “postino della salvezza” per tanti ebrei italiani, è da ieri scolpito nel Giardino dei Giusti tra le Nazioni a Yad Vashem, il Mausoleo della Memoria a Gerusalemme che lo ha nominato nelle scorse settimane. Tantissime le dimostrazioni di coraggio di cui durante la guerra si rese protagonista Bartali: episodi che sono affiorati via via nel tempo e che hanno convinto Israele a rendergli omaggio con il titolo di Uomo Giusto. Tra questi episodi ce n’è uno che riguarda la Versilia e di cui si è venuti a conoscenza solo ieri, durante la cerimonia dedicata al campione italiano a Gerusalemme. È stata la signora Giulia Donati Baquis, 91 anni, a rivelarlo. La signora Donati Baquis, che oggi vive in Israele ed ha testimoniato a favore del riconoscimento come Giusto del campione, ha raccontato che durante la guerra, quando la sua famiglia era nascosta a Lido di Camaiore, qualcunò portò i documenti falsi che consentirono a lei e ai suoi familiari di non essere identificati come ebrei e dunque catturati per essere inviati a morire nei lager nazisti. «Quel postino - ha ricordato commossa - era Gino Bartali».

Ad ascoltarla c’era anche il figlio del campione, Andrea, che l’ha stretta in un lungo abbraccio. È stato proprio Andrea a inaugurare l'inserimento di “Ginettaccio” nella lista di marmo con gli oltre cinquecento italiani che riscattarono l'onore della nazione soccorrendo i loro concittadini ebrei. «È una grandissima emozione essere qui - ha detto Bartali figlio, che si trova in Israele dove oggi a Gerusalemme si svolgerà la gara di ciclismo Gran Fondo Italia dedicata in parte al campione - e parlare di mio padre. Molti mi chiedono perché l'ho fatto ed io - ha aggiunto indicando il nome che, sulla lista, è accanto a quello di Artuto Carlo Jemolo - rispondo sempre con le sue parole: “se il ciclismo non è lezione di vita e di solidarietà, non serve a nulla”. Lui a questo si è sempre attenuto. Mio padre era un credente - ha continuato Andrea nel corso della cerimonia alla quale hanno partecipato i vertici di Yad Vashem e l'ambasciatore italiano in Israele Francesco Maria Talò - durante la guerra ha risposto all'appello dell'Arcivescovo di Firenze Dalla Casa. Serviva un postino per consegnare i documenti falsi. Chi meglio di lui? Mio padre ha subito accettato. Da postino, quasi ogni giorno percorreva 340 chilometri da Firenze ad Assisi e ritorno. Ma sapeva che portava la salvezza. Quando lo fermavano diceva semplicemente che si stava allenando e del resto, come campione, era plausibile. È stato mitragliato dagli alleati, sparato dai cecchini ma è sempre andato avanti».

Sul perché non abbia parlato prima delle sue azioni in clandestinità, Andrea ha ricordato la risposta del padre: «il bene si fa, non si dice. Eppoi, io sono solo un ciclista. Per le mie gare voglio essere ricordatò. Però a me le diceva aggiungendo che un giorno sarebbe arrivato il momento giusto per raccontarle. Quel giorno è arrivato».

Tra chi l’ascoltava c’era anche la signora Donati Baquis, che ha spiegato come Gino per salvare gli ebrei corresse anche da Firenze alla Versilia.

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