Sicurezza
«La morte ci lambì, poi se ne andò»
La memoria di un bambino «cresciuto troppo in fretta» per l’orrore della guerra
SANT’ANNA. «Fui afferrato da una mano fortissima e buttato come un fuscello in fondo al materasso. Era il nonno. Non mi guardò, non disse una parola e richiuse con mille precauzioni il piccolo spioncino scuro in legno. Ci fece aggomitolare contro il muro e poi dietro la porta attese il soldato con una forchetta-coltello da pic-nic. Seppi per la prima volta nella mia giovane vita, cos’è il terrore. Il tedesco non entrò. La morte ci lambì e poi se ne andò».
Così, e grazie alla lucidità del nonno, Loris Navari si salvò dalla strage di Sant’Anna di Stazzema. Il breve racconto, inedito di Navari non è una semplice testimonianza dei terribili attimi di terrore della mattina del 12 agosto 1944: in cinque pagine battute a macchina, Loris, ha condensato il dramma di un bambino di sette anni «cresciuto troppo in fretta» di fronte all’orrore della guerra. «I primi ricordi di quei tempi sono felici - scrive - Nel 1943 avevo iniziato la prima elementare al Crociale». Il racconto inizia con un episodio significativo di quella spensieratezza propria di un bambino mentre torna a casa da scuola. «Lungo la strada, lambendo i campi, correva un canale irriguo in muratura. Mi spogliai tutto - continua - e restai in mutandine. Guazzai felice come non mai. L’acqua mi rotolava, mi rialzavo e poi ancora quel felice rapimento liquido del mio corpo. Leggerezza, libertà e un’infinita gioia». Poi arriva la guerra, i soldati tedeschi e i caccia che sorvolavano i cieli. «(...)altro ronzio aereo! Esplosioni assordanti! Caddi a terra terrorizzato. I vetri delle finestre esplosero». Nel ’44 lui e la famiglia vengono sfollati a Sant’Anna, dove «i primi tempi (giugno e luglio) furono meravigliosi. Niente bombe, niente polverosi crolli». Poi ecco che la guerra inizio a lambire anche il paesino, ma Loris si sentiva lo stesso «coraggioso senza saperne il perché». Soprattutto quando caricato di viveri dalle donne del paese saliva da solo la montagna per portare cibo agli uomini nascosti nelle grotte per paura dei rastrellamenti. «Mi chiedevano notizie - scrive di loro Loris. Io davo quelle che sapevo come bimbo, soprattutto che non avevo visto ombra di tedesco in paese». Loris con suo fratello e la sua famiglia avevano trovato rifugio nella frazione di Sant’Anna all’Argenitera di sotto, dove credevano di essere «sicuri, perché isolati, erba alta, sentiero stretto». Ma la furia nazista arrivò anche lì, e Loris gli sfuggi per poco; nel bosco non si accorse di nulla, solo tanta paura.
Però Loris non poté sfuggire dalle raccapriccianti immagini, e dal «lezzo di carne bruciata, orribile! Mi è rimasto per sempre infisso nell’olfatto e nella mente. Il nonno non mi fece avvicinare alla piazza della chiesa (teatro di una vera e propria carneficina, ndr). C0era ancora chi attizzava il fuoco per bruciare del tutto i poveri resti dei massacrati, molti! Troppi! Vidi però tanti segni che mi descrissero particolari agghiaccianti. Li tenni per me». (tbg)
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