Gioco
Cuaròn lancia l’idea: a Pietrasanta un festival della cultura
Il regista messicano dopo l’anteprima nazionale di “Gravity” lascia un altro regalo alla Piccola Atene: «Non le manca nulla»
PIETRASANTA. Alfonso Cuarón volerà nelle prossime ore a Londra ma a Pietrasanta lascia in dote – oltre alla première del suo “Gravity” – un’idea. Anzi, una candidatura: «Non è Venezia e non è Roma – dice il regista messicano mentre si accinge a scendere i gradini del complesso di Sant’Agostino, pochi minuti prima dell’inizio della proiezione del suo film – ma a Pietrasanta non manca nulla per ospitare un vero e proprio festival della cultura: è un centro cosmopolita di arte ed è straordinaria la cifra di artisti che passano da qui»; talvolta si fermano, a volte ripartono: ma non importa, perché la Piccola Atene sa fare tesoro, comunque, di tutto ciò che le donano – custodisce, ordina, mette in mostra – creando una sintonia gradevole a qualunque orecchio. E come una nota che trova posto nel pentagramma per cui è stata scritta, Cuarón sabato sera entra in punta di piedi nel teatro-cinema comunale. Non dà per scontato che il suo film terrà «incollati alla poltrona», come ha anticipato la critica alla 70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove Gravity ha aperto, fuori concorso, la kermesse. Tant’è che augura buona visione e, con scaramantica ironia, chiosa: «mentre voi tirate fuori i vostri telefonini io sarò molto concentrato sul mio Iphone».
Quando i riflettori si riaccendono su di lui, per una chiacchierata sotto-schermo con l'attrice Kasia Smutniak, non veste i panni del regista su cui il colosso a stelle e strisce della filmografia – Warner Bros – ha scommesso e investito, nonché l’autore di un film che sarà probabilmente in lizza per un Oscar. Si svolge «tutto in famiglia»: così del resto doveva essere anche se le dimensioni della rentrée pietrasantina di Cuarón si sono un po’ allargate. «Avrebbe dovuto essere una festa a dimensione familiare – dice Cuarón – e invece è diventata qualcosa di più. La colpa – sorride – è tutta di Annalisa Bugliani», l’attrice e modella autoctona, madre di due dei suoi tre figli, Tess Bu e Olmo Teodoro.
In platea ci sono artisti e galleristi: Igor Mitoraj, Girolamo Ciulla, l’amico Gustavo Aceves, artista messicano che ha casa e studio a Pietrasanta. Cuarón si commuove quando il sindaco Domenico Lombardi gli porge una miniatura in argento del rosone del Duomo. E poi c’è il tributo del mondo del gallerismo pietrasantino che per lui ha voluto una statua di Sebastian Bianco, scultore argentino che da anni è una presenza nei laboratori locali. Cuarón è emozionato, tant’è che incespica più di prima nel suo italiano già incerto: «Pietrasanta ha accolto la mia famiglia: grazie». Viene da chiedersi: se la piccola Tess Bu vivesse a Varese, in Brianza o a Limone Piemonte, Cuarón avrebbe donato la sua première a quei territori? Forse sì: cuore di babbo. Forse no: perché un artista – che scolpisca marmo o riprenda scene – sceglie sempre la culla dove ninnare la sua creatura.
Niente è a caso. Non può essere un caso che proprio nella Piccola Atene – con un altro linguaggio, quello della scultura – Emanuele Giannelli abbia rappresentato lo sforzo per non andare «alla deriva» che con grande pathos mette in campo la dottoressa Stone (Sandra Bullock) in Gravity, quando il collega astronauta Kowalsky (George Clooney) viene inghiottito dal vuoto dello spazio: le statue di Giannelli, sull’Aurelia accanto a Trony, reagiscono alla caduta rovinosa e libera lungo il pendio della vita tanto quanto la dottoressa Stone. «È un tema che è nell’aria» conferma Cuarón. E Pietrasanta l’ha colto. Non è forse questa la Cultura?
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