Sicurezza
Triangolino, terra di macerie e container abbandonati
VIAREGGIO. Il cartello di divieto d’accesso è appoggiato sulla recinzione squarciata, porta di ingresso a questo fazzoletto di sabbia schiacciato tra il muraglione e l’imboccatura del porto, il...
VIAREGGIO. Il cartello di divieto d’accesso è appoggiato sulla recinzione squarciata, porta di ingresso a questo fazzoletto di sabbia schiacciato tra il muraglione e l’imboccatura del porto, il “Triangolino”. Dalla terra riemergono come zombie resti di tubi, pneumatici e robaccia di ogni tipo. Il passaggio dei carabinieri - che a febbraio misero sotto sequestro 2.500 metri quadrati dell’area - rimane testimoniato dal nastro bianco e rosso, un drappo che sventola nelle giornate di vento come queste. L’unica prova che qui non è terra di nessuno. Le dune di rifiuti edili (speciali ma non pericolosi) alte tre metri e più sono ancora lì incolonnate, sotto sequestro. Tremilacinquecento metri cubi «provenienti dalle attività di sbancamento e di livellamento dell’area, accatastati senza che venissero trasportati in discarica e tenuti oltre i limiti temporali prescritti dalla normativa di settore, in zona che gode di particolare tutela ambientale», scrissero i militari dell’Arma insieme ai colleghi del Nucleo operativo ecologico, venuti da Firenze. Che diedero anche un prezzo a quella catasta di rifiuti: tre milioni di euro. Per questa faccenda è stata denunciata penalmente la Viareggio porto (nella persona dell’allora presidente, Alessandro Volpe). I lavori iniziarono due anni fa, costo 110 mila euro. Doveva essere un “anticipo” di porto turistico, un approdo che avrebbe fruttato alla società pubblica guadagni per oltre un milione di euro.
Radio banchina trasmetteva dubbi. Non è che questo gran da fare per livellare e spianare serve solo a mantenere alla Viareggio porto una concessione inutilizzata?
La domanda è ancora senza risposta. Intanto, dietro il faro, all’ombra dello scheletro del nuovo mercato ittico ancora in costruzione, stanno rintanati due container. Vennero portati nuovi di zecca appena iniziarono i lavori, dovevano essere gli uffici. Adesso sono il tetto per qualcuno che ne era privo. Le porte sono chiuse, dalla finestra di uno dei due si vedono coperte e vestiti piegati con cura. Nell’altro c’è un tavolino con scatoloni e seggiole ergonomiche sparse intorno. Più avanti, verso il molo, dove si agitano le canne dei pescatori, sono accatastate una sopra l’altra cinque o sei lastre di cemento, venute fuori da chissà dove. All’esterno della recinzione svettano su tutto gli scheletri delle draghe “Viareggio” e “Marina”. Relitti che cadono a pezzi a guardarli. Sembrano spettri venuti fuori dagli abissi. Una rossa, l’altra gialla. Sono il ricordo di quelle che ogni primavera e ogni autunno se ne stavano immobili in mare, a dragare sabbia e milioni.
Alessandro Bartolini
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