Il Tirreno

Versilia

Prevenire la strage era un dovere

di Donatella Francesconi
Prevenire la strage era un dovere

Gli interventi degli avvocati delle parti civili: è inaccettabile sostenere che sia stata fatalità

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VIAREGGIO. «Una volta escluso l'improbabile, l'unica cosa che rimane, per quanto improbabile possa essere, è soltanto la verità...». Maurizio Dalla Casa, avvocato dell'associazione dei familiari delle vittime della strage di Viareggio (parte lesa), del Comitato "Matteo Valenti" (parte civile), di familiari e feriti conclude la propria replica citando Conan Donley. E spazzando via con un semplice aforisma l'intera discussione su prevedibilità o imprevedibilità della strage di Viareggio. Discussione risuonata, nell'aula del Polo fieristico di Lucca, con le arringhe dei difensori degli imputati legati a Ferrovie. Difensori che non sembrano ancora aver trovato la quadra tra di loro su questo tema.

«Dire, come abbiamo sentito, che quanto accaduto a Viareggio non è il frutto di una colpa organizzativa e che si è trattato di un evento eccezionale rispetto al quale nessuna organizzazione poteva farvi fronte, perchè ciò di cui si occupa l'organizzazione è la ordinarietà- argomenta Dalla Casa - è qualcosa di profondamente sbagliato. Accettare questa idea significa accettare l'idea che tutto ciò si possa ripetere in un futuro più o meno lontano. Ma di questa idea noi non vogliamo condividere alcunchè».

E perché nessuno debba più avere a che fare, a nessun livello, con simili tragedie non basta certo puntare il dito sull'asse che si è spezzato, facendo risalire tutto a quell'evento e dando vita al rimpallo di responsabilità messo in scena dagli avvocati degli imputati. «Appare facile attribuire la responsabilità all'operatore di front line - ha rimarcato l'avvocato Dalla Casa -: ma se c'è una morale da trarre da questa vicenda è che accontentarsi di tale spiegazione è la via più sicura perché quanto accaduto a Viareggio si ripeta nel tempo.In realtà, se un errore commesso a tale distanza di luogo e tempo rispetto al dramma della via Ponchielli, ha provocato un simile dramma, è perché non erano attivati dei meccanismi capaci di intercettarlo in ciascuno degli operatori coinvolti. In pratica i sistemi organizzativi delle società coinvolte nell'indagine presentavano delle criticità che erano sopite, sonnacchiose, latenti e che il detto errore hanno attivato».

Dell’asse che si è spezzato molto si è detto nei giorni scorsi, nelle arringhe dei difensori. Eppure c’è un passaggio, agli atti, che è emerso solo nelle parole della Procura. Ripreso ieri dall’avvocato Tiziana Pedonese: «Devo ammettere - argomenta il legale - che fa una certa impressione leggere la dichiarazione dell'autorità austriaca per cui “non è lecito contrassegnare una sala con la sigla 75.2 se essa non è conforme per ogni sua parte ai disegni delle Ferrovie federali austriache (e la frase si conclude con un bel punto esclamativo)».

Ma il ministero austriaco - lo raccontano ancora le carte della rogatoria - dice di più: «La Jungenthal lavora con disegni dell'ente ferrovie federali austriache senza comprenderli».

Eccolo così descritto l’inizio di tutto, lungo quei binari tra Europa e Italia dove tutti si affidavano a tutti. E dove - lo ha ricordato l’avvocato Fabrizio Bartolini - «dopo il disastro di Viareggio, l’Eba (Agenzia tedesca per la sicurezza ferroviaria, ndr) ha ispezionato circa 4.500 carri merci e quasi un quinto di questi aveva difetti agli assi. E poichè una parte era rilevante per la sicurezza ha subito fermato i carri interessati. Ciò denota che quanto accaduto a Viareggio è un caso isolato solo per la gravità delle conseguenze, ma frutto di un sistema di gestione imprenditoriale e di risorse economiche volte al risparmio, alla superficialità e alla trascuratezza a scapito della sicurezza e della vita umana».

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