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Versilia

«Non si parli di strage» per la difesa di Rfi è stata una «disgrazia»

di Donatella Francesconi
«Non si parli di strage» per la difesa di Rfi è stata una «disgrazia»

L’avvocato Ambra Giovene contesta il termine utilizzato nell’udienza preliminare: «Rievoca altri fatti»

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di Donatella Francesconi

VIAREGGIO

«. Ho dato una rapida occhiata alla stampa dopo questo quarto anniversario: mi ha colpito quanto detto dalla signora Daniela Rombi sul fatto che dagli avvocati i familiari sentono falsità enormi ed offese gratuite nei confronti dei loro cari. Mi spiace che la signora Rombi percepisca questo. Il mio impegno non è di offrire argomenti che possano suscitare reazione così dura e poco rispettosa del ruolo che rappresento». Cita più volte la presidente dei familiari delle vittime l’avvocato Ambra Giovene, difensore di Michele Mario Elia, amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana, ed altri imputati di Rfi. Sembra cercare il faccia a faccia, l’avvocato. Nel sottolineare che il termine “strage” «rievoca altri fatti». Ma anche nel dichiarare che «bisogna muovere da una considerazione di fondo: Fs, che rappresenta la parte dei cattivi o così è stata disegnata, ha una storia che merita rispetto, fatta di persone competenti e qualificate, eccellenza che dobbiamo comunque considerare anche rispetto ad un evento così tragico».

L’aula, in questa fase dell’udienza preliminare, è dei difensori dei 33 imputati. Ed il diritto di difesa è sacrosanto, anche quando porta ad ascoltare la tesi per cui una bambina violentata potrebbe aver provocato il suo aguzzino. Ma per i familiari - quelli delle vittime della strage (perché questo è stato il disastro ferroviario del 29 giugno 2009 a Viareggio), così come quelli dell’ipotetica bambina violentata, ascoltare è una tortura.

E quando l’avvocato Giovene, alzando di qualche decibel il tono della voce, ha quasi gridato «non è vero che se Elia avesse installato il dispositivo antisvio non ci sarebbero stati 32 morti! Questa è la vera falsità di questo processo!», il clima in aula si è scaldato. Con il pm Salvatore Giannino che ha chiesto al giudice Alessandro Dal Torrione di intervenire ed il giudice che ha consentito all’avvocato di Rfi di proseguire. In realtà questo è stato l’unico momento vivace di un’udienza preliminare che si è svolta regolarmente, con il più ampio spazio possibile per le arringhe degli avvocati difensori.

L’intervento dell’avvocato dell’amministratore delegato di Rfi non ha risparmiato neppure la Procura e le 98mila pagine di indagini svolte: «C'è come un virus, da un'iniziale volontà di trovare a tutti i costi i responsabili è come si sia voluto subito individuare qualcosa che desse una sicurezza in un percorso tecnico così complesso. E questo è un po' la colpa di questa attività di indagine che forse non ha voluto avere la giusta attenzione rispetto ai reali fatti che dovevano essere presi in esame».

Nel chiudere l’arringa, Ambra Giovene, ha voluto dedicare un passaggio anche alla relazione della commissione di indagine del ministero dei trasporti che indica la necessità di rimuovere o mettere in sicurezza i picchetti lungo la linea ferroviaria: «Queste raccomandazioni - ha sottolineato Giovene con riferimento a quanto indicato nella relazione - attengono al futuro. Qualunque sia il valore di queste indicazioni, al di là di facili polemiche o all'inutilizzabilità della stessa, ritengo che la lettura di questo documento introduca analisi ulteriori in ordine a variabili di cui parla lo stesso Pittaluga (direttore della Direzione generale per le investigazioni ferroviarie, presso il ministero dei trasporti, ndr). Ed in ogni caso si parla di futuro!». Futuro che è già oggi, visto che le prescrizioni dell’Asl Versilia hanno un tempo di adempimento fissato in sei mesi e sono relative anche ai picchetti.

Lasciando l’aula l’avvocato ha trovato i familiari delle vittime in silenzio lungo le scale del Polo fieristico di Lucca.

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