Il Tirreno

Versilia

Guido Gay, l’uomo che ha ritrovato la corazzata Roma

di BORIS GIANNACCINI
Guido Gay, l’uomo che ha ritrovato la corazzata Roma

La scoperta grazie a Pluto Palla, un robot di sua invenzione Stamani riceverà il riconoscimento al Museo della Marineria

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di BORIS GIANNACCINI

Stamani, presso il Museo della Marineria "Alberto Gianni", alle ore 10, cerimonia di premiazione della settima edizione del Premio Internazionale Artiglio, sul tema: "Tecnologie avanzate per l'esplorazione sottomarina". Il Premio verrà assegnato a Guido Gay.

Guido Gay ha meritato l'ambito riconoscimento, per aver ritrovato con certezza il relitto della corazzata Roma al largo delle coste sarde. Questa la motivazione del Premio: «Per aver individuato nel giugno 2012 con mezzi subacquei da lui stesso ideati e messi a punto, ad oltre mille metri di profondità nel Golfo dell'Asinara, il relitto della corazzata Roma tragicamente affondata il 9 settembre 1943».

Il Premio di quest'anno coinvolge particolarmente la nostra città e la memoria di quei grandi innovatori delle profondità marine che furono Alberto Gianni e tutti i palombari cresciuti alla sua scuola. Infatti il premiato, come i nostri insuperati operatori subacquei, ideava e costruiva gli strumenti che l'hanno portato a raggiungere questo primato.

Così, provando e riprovando, ha messo a messo a punto il robot subacqueo Pluto Palla con cui finalmente, il 17 giugno 2012, ha rintracciato nel canyon di Castelsardo, il relitto della corazzata Roma, affondata dai tedeschi.

Un'altra affinità con i nostri palombari è data dai modesti mezzi messi a disposizione per ricerche tanto impegnative. Guido Gay non aveva una grande nave oceanografica piena dei più sofisticati ritrovati per la ricerca sottomarina, ma semplicemente un catamarano - il Daedalus, con due persone di equipaggio - che era il suo laboratorio avanzato e la sua casa nei lunghi mesi in mare.

In una intervista telefonica, Guido Gay ha confermato di essere sempre stato un appassionato di vela e che la conquista della Luna nel 1969 «mi ha fatto prendere coscienza che in mare oltre le profondità di sommozzatore c'è un mondo tutto da esplorare».

Il Pluto Palla è un robot che può calarsi fino a quattromila metri. L'ha messo a punto nella ricerca del relitto del Transylvania, un ex transatlantico inglese trasformato in trasporto-truppe, affondato da un U-Boot al largo di Savona il 4 maggio 1917; relitto trovato da Gay nell'ottobre 2011. Forse Gay non lo sapeva, ma il giorno prima, lo stesso U-Boot, l'U-63, aveva silurato al largo di Camogli, il cargo inglese Washington carico di ben sette locomotive con tender e centinaia di vagoni. Tutto il carico del Washington fu recuperato dai sommozzatori viareggini della So.Ri.Ma. nel 1927. Un'altra coincidenza?

Sul Transylvania Guido Gay aveva reso operativo un sonar a scansione laterale di particolari caratteristiche, poi realizzato nella sua ditta, la Gaymarine di Lomazzo. Insieme al sonar, anche un magnetometro inusuale e innovativo, tanto che poteva discriminare rapidamente una roccia da un relitto. Queste, in sintesi, le armi vincenti di Guido Gay.

Come ci ha detto, la difficoltà di trovare la corazzata Roma dipendeva dalla conformazione del fondo marino, pieno di rocce, che non consentiva di ottenere buoni risultati usando i metodi di ricerca convenzionali. Il robot Pluto Palla è servito soltanto a dare conferme fotografiche e filmate del ritrovamento. E' molto piccolo e maneggevole - come dice Gay - da poter sostituire una nave oceanografica con un gommone. «Il ritrovamento della Roma è stato il successo di una sfida. L'orgoglio che non sia stato uno straniero a ritrovare il relitto».

«Devo dire - continua Gay - che quando ho cominciato la caccia alla corazzata Roma non avevo le strumentazioni attuali e alla fine mi sono dovuto fermare. Ho ripreso setacciando il canyon di Castelsardo: il sonar aveva avuto contatti sospetti. Dovevo capire se erano solo rocce o qualcosa di più. Così sono tornato con il robot. Sono sceso a oltre mille metri. Ho visto la torretta con i cannoni, il pezzo di ponte affiorare dalla fanghiglia del fondale. Sì, ce l'avevo fatta!»

Le foto riportate sono state certificate dalla Marina Militare come appartenenti alla corazzata Roma: alla più grande nave da battaglia della nostra Marina, colata a picco il giorno dopo l'armistizio, nella sua prima uscita (come il Titanic) e senza aver mai sparato un colpo. Gli davano la caccia in molti. Da 69 anni.

Della sua fine sappiamo tutto. Era il 9 settembre 1943, la grande flotta di navi da guerra italiane era diretta al porto di La Maddalena; venne attaccata da una squadriglia di bimotori Dornier 217K tedeschi, partiti da Istrés, presso Marsiglia, rimanendo in quota oltre i 5 mila metri.

Alle 15.42 una bomba centrò la Roma tra le torri antiaeree da 90 mm aprendo una falla. Otto minuti dopo, ore 15.50, un'altra bomba colpì la nave verso prua: esplosero i depositi di munizioni e la torre trinata n. 2 (con cannoni da 381 mm) saltò in aria. La torre corazzata di comando fu investita da un'ondata di calore.

Morirono all'istante, il comandante delle forze navali da battaglia della Regia Marina, l'ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, che sulla Roma aveva issato le sue insegne e, al completo, il suo Stato Maggiore; il comandante della nave, il capitano di vascello - quarantacinque anni, di Torre del Lago - Adone Del Cima e buona parte dell'equipaggio.

Alle 16.11 la nave si piegò su un fianco, poi si capovolse e, spaccandosi in due tronconi, affondò. Le bombe che colpirono la corazzata Roma, erano bombe razzo radioguidate Ruhrstahl SD 1400, per la prima volta utilizzate in un'operazione navale.

Alla fine si contarono 1393 fra morti e dispersi. Il numero potrebbe non essere esatto, anche perché dopo l'attacco la flotta si smembrò: alcune unità si diressero verso Malta; altre, che raccolsero morti, feriti e superstiti, puntarono sulle isole Baleari. Tra queste, l'incrociatore leggero Attilio Regolo, su cui era imbarcato come guardiamarina il viareggino Florindo Cerri (oggi ammiraglio) che diressero su Mahón nell'isola di Minorca; altre nella baia di Pollensa nell'isola di Maiorca.

Dei 622 naufraghi recuperati, 9 morirono a bordo delle navi e 16 fecero la stessa fine all'ospedale di Mahón.

Tornando a Gay, questo ritrovamento è stato un vero successo, cercato e voluto con grande impegno mentale e organizzativo. «Tutto ciò è la conferma della validità dei miei strumenti - dice il titolare della Gaymarine - ma soprattutto resta la soddisfazione che il successo sia espressione della più innovativa tecnica italiana».

«Nell'estate che viene - dice Gay - dovrò completare i rilievi, dopodichè il capitolo per me si chiude. Nonostante le apparenze non sono un cacciatore di relitti».

La Fondazione Artiglio Europa quest'anno ha deciso che il premiato sarà Guido Gay. »Mi domando se la scelta è meritata. Sono grato e lusingato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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