Il Tirreno

Versilia

il ricordo dei colleghi

Un uomo schietto che amava la libertà

di Simone Pierotti
Un uomo schietto che amava la libertà

VIAREGGIO. «E tardi. Era facile magiare la pulenta gia cotta». In quelle nove parole scritte così, in maniera sgrammaticata, fuori dal capannone dove è stato trovato morto, c’è racchiusa una vita,...

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VIAREGGIO. «E tardi. Era facile magiare la pulenta gia cotta». In quelle nove parole scritte così, in maniera sgrammaticata, fuori dal capannone dove è stato trovato morto, c’è racchiusa una vita, quella del mascheratista Floriano Marchi, che se ne va dentro la Cittadella del Carnevale. Laddove prendono vita i sogni degli artisti, laddove un semplice disegno diventa un gigante di cartapesta. Quelle nove parole fotografano il carattere di Floriano, istrionico, bohémien, un costruttore decisamente fuori dagli schemi. Ma anche «uno buono», «uno sincero». «Un amico». Così lo ricordano i colleghi carristi che lo vedevano sfrecciare ogni mattina nel piazzale, in sella alla sua inseparabile bicicletta, con il sigaro in bocca.

«Passavo spesso a trovarlo e lui faceva altrettanto, venendo a casa mia» è il racconto di Roberto De Leo, costruttore di mascherate di gruppo. Era amico di Floriano. «Però nel 2004 io fui promosso tra le mascherate di gruppo proprio a discapito di lui, che tornò a fare le maschere isolate. Mi sentivo quasi in colpa...»

La storia di Floriano Marchi non è fatta di grandi successi, di costruzioni spettacolari. Tutt’altro: cresciuto nel baraccone di Sergio Baroni, Floriano iniziò a muovere i primi passi tra le maschere isolate a fine anni Ottanta. Sembrava promettere bene, con quella sfilza di successi che ne facevano un talento della cartapesta. Non a caso ottenne l’agognato salto di categoria, tra le mascherate di gruppo, nel 1995. Iniziò subito con un quarto posto e negli anni immediatamente seguenti si stabilizzò nelle posizioni medio-alte della graduatoria. Poi successe qualcosa: le sue opere non convincono più, le giurie lo relegano sempre nei bassifondi della classifica. E, dopo nove anni arriva la ricaduta negli inferi. Non per questo si acuì la sua vis polemica. E, anzi, ebbe l’intuizione di prendere di mira, di rappresentare prima di molti altri colleghi personaggi destinati a suscitare scalpore o a finire al centro delle cronache politiche, da Platinette al giornalista Marco Travaglio, da Nichi Vendola a Matteo Renzi. E proprio una maschera isolata dedicata al sindaco di Firenze ebbe l’onore di essere citata sulle televisioni nazionali. Ma ora, come recita in maniera beffarda quella scritta, è tardi. È troppo tardi. Floriano ci ha lasciati. Se n’è andato solo, abbandonato, «come Pierino Ghilarducci» sentenzia De Leo. «Questa è la fine che fanno fare a chi retrocede tra le maschere isolate e si ritrova, all’improvviso, in difficoltà. La Fondazione Carnevale dovrebbe trovare il modo di far realizzare qualche addobbo o altre opere sostitutive a chi finisce in questa situazione. A personaggi caratteristici del Carnevale come Floriano o Pierino dovrebbero intitolare una via». Per Marzia Etna, mascheratista che ha condiviso con Floriano tanti pomeriggi nelle vecchie baracche del tiro al volo in Darsena, «era uno buono, di quelli che diceva sempre come la pensava». Per Massimo Breschi, oggi affermato carrista in prima categoria, «uno sincero, un po’ rozzo ma che diceva delle grandi verità». Per Fabrizio Galli era «uno con una grande passione per questo lavoro, un personaggio caratteristico di questo mondo che dà gioie ma anche batoste». Già. E Floriano, un carrista dichiaratamente di destra in un ambiente tradizionalmente schierato a sinistra, ai colleghi era solito dire che «non potete immaginare il senso di libertà che mi dà questo mestiere». Di libero, adesso, c'è il suo volo verso il cielo.

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