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Omicidio, il giallo dell’attentato

Omicidio, il giallo dell’attentato

Caso Romanini, ripartito il processo ai carabinieri accusati di favoreggiamento

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CAMAIORE. Stefano Romanini , l’imprenditore ucciso di fronte alla sua casa nel febbraio 2011, andò di carabinieri per denunciare l’attentato subito mesi prima della morte? E se sì, perché non sono state ritrovate note di servizio sul racconto dell’imprenditore? Di questo e di molti altri elementi si è discusso nell’udienza per il processo ai tre carabinieri (Ciro Ionta, Gianluca Martignetti ed Ennio Iardella, al tempo del delitto dislocati nella caserma di Camaiore) accusati di favoreggiamento per l’omicidio di Stefano Romanini. La discussione di fronte al giudice in tribunale a Lucca è durata oltre tre ore e ha visto sfilare i primi testimoni dell’accusa (il pm che si occupa della vicenda è Flavio Origlio). Uno dei punti più importanti riguarda appunto l’incontro avvenuto in caserma nell’estate 2010 tra i carabinieri e Stefano Romanini e sulla mancanza di una denuncia formale. Secondo i legali dei tre carabinieri - ad assisterli ci sono Giacomo Ciardelli, Eros Baldini e Nunzia Castellano - a Romanini fu detto di tornare con tutti i documenti utili per la denuncia. Ma che alla fine l’imprenditore non tornò. In caserma non sono mai state trovate nemmeno note di servizio sulla conversazione con Romanini. Per l’accusa queste informazioni sarebbero state fondamentali per le indagini sull’omicidio: e l’averle taciute, anche nei giorni successivi al delitto, avrebbe danneggiato il corso della giustizia. Per i legali dei carabinieri i loro assistiti - che sono stati anche sottoposti ad intercettazioni - avrebbero invece collaborato con la polizia che effettuava le indagini. Da capire è anche il perché non siano partite indagini quando il cugino dell’ucciso, Roberto Romanini, andò a parlare dei rapporti tesi con il cugino e dello stesso attentato che il parente avrebbe subito. La prossima udienza si terrà a inizio luglio.

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