Il Tirreno

Versilia

Il monito del prete: «Troppi sperperi per le Comunioni»

di Cristina Bulgheri
Il monito del prete: «Troppi sperperi per le Comunioni»

Don Antonio Tigli ha scritto alle famiglie: invece di spendere i soldi in pranzi e vestiti, si potrebbero aiutare i bisognosi

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VIAREGGIO. Maggio, tempo di cerimonie. Tempo di Prime comunioni, battesimi e matrimoni. E ovunque fervono i preparativi perché tutto proceda alla perfezione e secondo i propri bisogni.Così è un po’ in tutte le parrocchie della città dove già in queste due domeniche passate tanti ragazzi si sono avvicinati per la prima volta all’altare per ricevere l’Eucarestia. Bambini che - chi più, chi meno - per mesi si sono preparati, frequentando la catechesi, per arrivare pronti ad un traguardo che spesso non ha un “dopo”.

A puntare il dito contro questo “circo delle apparenze”, contro una chiesa “dispenser di sacramenti”, sorta di “juke-box” che elargisce prodotti a piacimento del pubblico, dove peraltro a dominare è l’aspetto esteriore, è don Antonio Tigli, parroco del Don Bosco (al Marco Polo) che, in perfetta sintonia con i dettami di quella che è la nuova Chiesa, che Papa Francesco sta giorno dopo giorno delineando, denuncia una prassi inaccettabile e chiede un cambio di rotta.

Lo ha fatto, non sono nelle omelie dall’altare, ma anche nella tradizionale “Lettera della domenica” alla comunità.

Nelle quattro paginette che i parrocchiani sono invitati a ritirare in fondo alla chiesa, don Antonio ricorda che «i sacramenti non sono azioni privati», che «Dio e noi siamo i soggetti di ogni azione sacra, che non sarebbe possibile se alle spalle non ci fosse una comunità».

Don Antonio che succede con questi sacramenti?

«Succede quello che ho scritto nella lettera, ovvero che volutamente ognuno non solo vuole vivere individualisticamente quello che è di tutti, ma anche gestirlo come se fosse una cosa personale: si vuole decidere il giorno, l’ora, l’arredo, la preparazione, i padrini, i testimoni. Ma quel che è peggio è che tutte queste richieste vengono avanzate senza conoscere cosa comporta essere genitori, sposi, padrini e madrine cristiani. Passato infatti il giorno della cerimonia a quei ragazzi che hanno fatto la Comunione sarà negato perfino di partecipare alla Messa, alla vita della parrocchia proprio da parte di quegli stessi genitori dei quali si scopre il vero interesse di tante premure: salvare la facciata religiosa della famiglia. Questa la chiamiamo fede? Io la definisco “ipocrisia e inganno di innocenti”, bambini che mentre frequentano la catechesi sono già candidati ad una programmazione di vita in cui è totalmente assente l’aspetto cristiano».

Come si fa a cambiare rotta, ad indirizzare le persone verso una maggiore essenzialità e sobrietà?

«Non è facile cambiare una tradizione così diffusa. È più semplice denunciare, ma più faticoso cambiare le cose. Senza contare che non tutti abbiamo la stessa sensibilità, anche tra i sacerdoti stessi: c’è chi esige di più, chi meno, chi nulla. Oppure anche tra i catechisti. Credo che servano sempre più persone preparate a seguire il cammino di fede e anche coraggiose nel dover dire dei no quando ci accorgiamo che i richiedenti il sacramento non sono pronti a riceverlo. E questo non per discriminare qualcuno, ma per dare il giusto senso e valore alle azioni».

Il rischio è che ci sia la trasmigrazione da una parrocchia all’altra, dove magari ci sono parroci più “buonisti”...

«Non sono un “parrocchialista”, ma credo che bisognerebbe trovare una linea di condotta univoca, arrivando magari anche a diluire o posticipare i sacramenti, convinti che una preparazione prolungata non è una tassa da pagare, ma una crescita. Per paradosso quando si decide di rinviare un sacramento, sarebbe opportuno che gli stessi genitori e l’intera comunità fossero convinti che la decisione del parroco è fondata e quindi la supportasse; in questo modo non ci sarebbero rischi di “esclusione” perché ci sarebbe un modo di pensare compatto che significa testimonianza in quello che si professa».

Anche nella lettera viene chiamata in causa la comunità perché, partecipando come nulla fosse a cerimonie di facciata, avalla certi comportamenti ...

«La comunità che si fa invitare e partecipa a queste “feste di stagione” senza battere ciglio anzi congratulandosi mi lascia perplesso. Io credo che proprio dalla comunità dovrebbe ripartire un percorso di recupero dell’interiorità, dell’essenzialità: abbiamo profanizzato riducendo il tutto ad esteriorità. Ma se invece di spendere tanti soldi in cene, pranzi, vestiti si pensasse che con quel denaro si potrebbero aiutare tanti bambini e persone che, mai come oggi, hanno bisogno di aiuto, anche a due passi da noi, magari alla porta accanto... Questa è la fede cristiana».

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