Sicurezza
Picchiato e rapinato fuori dal ristorante
Fotografo e cineoperatore aggredito in Russia: mi prendevano a calci in testa e dicevano “Italiano mangiaspaghetti...”
VIAREGGIO. «Ricordo la faccia di uno sopra di me, i capelli un po’ lunghi, che mi prende a calci in testa. E quelle frasi: “Italiano mangiaspaghetti di merda...”». Si interrompe il racconto di Gianluca Aliboni, fotografo e cineoperatore: l’emozione prende il sopravvento nel ripercorrere con la memoria l’aggressione subita a Udomlya, tra Mosca e Pietroburgo, città famosa per la presenza della centrale nucleare di Kalinin. Pestato a sangue fuori da un ristorante, dove si trovava a cena da solo, nella città dove risiedono i suoceri: «Avevo avuto una discussione a casa, ed ero uscito. Proprio all’ora di cena». Ristorante del centro, Aliboni prende sushi e birra, poi pensa di fermarsi anche per una pizza. Ma non ha contanti con sè. «Chiedo al proprietario se posso pagare con la carta di credito. Ma la risposta è negativa. Mi spiegano che, però, c’è un bancomat appena fuori». Il fotografo, famiglia degli spedizionieri Aliboni che hanno fatto un pezzo di storia del porto di Viareggio, preleva e torna nel locale. «Appena sono entrato mi sono accorto che il clima era cambiato...Mi aspettavano». La parola “magica” è “Vodka per il ragazzo...”. Al tavolo di Aliboni si siedono degli uomini, la cameriera versa il liquore: “Italiano, vero? Il Milan, la Juve, Pavarotti, mangiate tutti spaghetti...”. «Il tono del dialogo era questo. Bevo - continua il racconto - e in meno di due minuti mi accorgo che c’è qualcosa che non va. Poi non mi ricordo più niente...».
Quando la moglie lo cerca sul cellulare - così la ricostruzione successiva - «risponde la cameriera: “Suo marito è fuori che si picchia...”». In realtà l’aggressione era cominciata a tavola: «Mi avevano chiesto di scrivere i codici della carta di credito. Io, confuso, cercavo di dare quelli sbagliati. Uno degli uomini se n’è accorto, ha tirato fuori il coltello e mi ha ferito sotto l’occhio destro. Poi in tre mi hanno portato fuori ed hanno iniziato a picchiarmi con dei pezzi di tubo».
Aliboni è convinto che quel bicchiere di vodka fosse drogato: «Ora sono dimagrito, anche per le conseguenze del pestaggio, ma al momento dei fatti pesavo 121 chili. Insomma, non era facile pensare di aggredirmi senza subire conseguenze...».
L’uomo mostra il video girato dalla moglie in ospedale: lui è accasciato sul pavimento, in posizione fetale, quasi immobile, il volto una maschera di sangue. Ma in ospedale Aliboni è approdato solo quaranta ore dopo l’aggressione: «L’ambulanza arrivata fuori dal locale ha pensato che fossi un ubriaco e si è rifiutata di caricarmi e portarmi in ospedale. Così è intervenuta la polizia, che mi ha messo nel furgone per i delinquenti».
Il fotografo italiano grida, chiede aiuto, sta male, un po’ si oppone a stare in cella, un po’ perde i sensi: «Ero ricoperto di sangue, avevo freddo, stavo male. Volevo disperatamente un medico». Ma in ospedale rifiutano di ricoverarlo: «Dicevano che ero troppo agitato». La moglie segue il furgone blindato nell’auto della polizia: un’assurda spola commissariato-ospedale e ritorno. Un giorno e mezzo così. Fino a quando l’uomo non riacquista lucidità ed è in grado di firmare un atto con il quale si impegna a non dare “fastidio” all’ospedale. Dove resta ricoverato dieci giorni. Quando esce, malridotto («mi devo operare al ginocchio ed i medici italiani mi hanno detto chiaramente che si vedono le tracce dell’aggressione») l’amara sorpresa: deve essere processato per avere arrecato “disturbo” alla polizia. «A quel punto - prosegue il racconto - ho chiamato la Farnesina: mi hanno detto di prendere il primo volo e lasciare il Paese». Moglie e figlia sono rimaste a Udomlya, ed ora rientreranno in Italia. Lui, invece, in Russia non può tornare fino a quando non si sbrogli il pasticciaccio assurdo che ha trasformato la vittima di un’aggressione in un colpevole agli occhi della legge della patria di Putin. «Non sono il solo al quale è capitato - conclude Aliboni -: in ospedale con me c’erano tre russi aggrediti e rapinati. Mi è stato raccontato che episodi di questo tipo accadono spesso ai danni dei tecnici stranieri che passano da Udomya per via della centrale nucleare.
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