Sicurezza
Quando Luporini e Gaber andavano in via della Foce
Una delle antiche vie che attraversano la Vecchia Viareggio continua a perdere negozi, attività e pezzi della propria storia
di Angelo Dionigi Fornaciari
Anche il grande negozio davanti a me ha chiuso. I due coniugi molto anziani ora non hanno più il loro reddito mensile. Via della Foce, un piccolissimo tratto cittadino, il percorso obbligato per uscire da Viareggio raggiungendo il rimbombante cavalcaferrovia oggi è una sequenza di fondi chiusi con i vari affittasi e vendesi. Come del resto in ogni parte della città.
Via della Foce si presenta al suo inizio con il famoso Palazzo Bernardini Mansi, costruito nei primi anni del XVIII secolo come residenza estiva di una famiglia lucchese. A poca distanza c’era già il mare. Dalle sue finestre ad ovest gli abitanti di questo palazzo gentilizio potevano respirare il vento di Provenza che s’incanala nell’imbuto del fosso. Vedere tramonti straordinari in mezzo a tartane, navicelli con le vele spiegate ad asciugare che facevano da quinta al rosseggiare del sole. Dall’altra parte, a chiusura della via, c’è la Torre Matilde, così chiamata perché la sua costruzione è attribuita alla duchessa Matilde di Canossa, fu costruita nel XVI secolo per volontà del governo lucchese lungo il canale, come torre di osservazione contro le incursioni dal mare.
Nel XVI secolo fu rialzata di un piano e nel settecento l'orologio di marmo bianco che si trovava sul Palazzo del Commissario di Spiaggia fu trasferito sulla sommità della torre. Più tardi la torre fu adibita a carcere. Dietro di lei, la visione della Darsena Lucca, primo porticciolo della città fatto costruire da Maria Luisa di Borbone-Spagna nel 1820. Un tempo questo piccolo bacino era pieno di vele spiegate e quando Lorenzo Viani, che abitava lì vicino, vi si affacciava, sentiva riempirsi il cuore di luce e i polmoni di vento. Bellissimi i suoi dipinti della gente sulle banchine con gli sfondi delle vele con grandi soli, gialli e rossi e galli scarlatti, segni religiosi ed arcani, e quelle case rimaste uguali ad oggi, almeno per i profili delle loro altezze.
Mario Tobino, diceva che entrava in Darsena in punta di piedi, le mani intrecciate dietro la schiena, in silenzio, come entrare in chiesa. Il posto era sacro e la torre lì orgogliosa e soddisfatta. Carlo Francesconi ha dedicato queste parole «Bella mi' te!/ Matilde vecchia tôre,/ sbatacchiata dal vento e sempre fiera,/ che di Viareggio rappresenti il côre.»
Storica via, via della Foce un tempo sede di negozi artigiani perché il passeggio era possibile in quanto il traffico ridottissimo. Ci abitava Francesco Andreucci, uomo gentile sempre incravattato perché battitore delle aste che si tenevano a palazzo Mansi; Athos Pacchini che commerciava in stracci e ferro con il concorrente a pochi metri più in là, Bruno Biagini. Poi il negozio del tappezziere per auto, con clienti milanesi che si facevano fare la capotte nuova alla loro Mercedes. Una ditta di trasporti di Antonio Passaglia dove si ritrovavano tutti i ragazzi de. l quartiere perché il vivacissimo proprietario ogni giorno ne inventava una a cominciare dall’organizzazione di partite di calcio nella pinetina accanto alla Torre. Tornavamo a casa sfiniti e c’era sempre da studiare con le gocce di sudore che si versavano su quaderni e libri. Poi case di pescatori, di coloro che vanno a’ nicchi con i grossi rastrelli lasciati la notte, lì, sulle banchine del canale.
Il vecchio Formica era una nave in disarmo, lasciata sul canale ed era il nostro fortino, la nostra corazzata, luogo delle prime avventure amorose. In questa via l’albergo il Fattore, una villetta a tre piani dal gusto neoclassico dove due famiglie, quella dei fratelli Alberto e Natale Ammannati venuti da Empoli, che qui insieme alle loro famiglie, hanno condotto una intera vita fatta di lavoro e dedizione.
E’ sempre rimasto qui, oggi molto anziano, Umberto Paci detto Ceccano perché è un sosia incredibile del grande attore Nino Manfredi. E’ vedovo da poco, la parlata ancora trabaccolara benché abiti qui da una vita quando conobbe la vulcanica, bella e affettuosa moglie. «Chi si scaldette campette, chi mangette morette», ama dire riguardo ai reduci della ritirata dell’Armir in Russia e cioè di chi, una volta tornato a casa, dopo tanto digiuno si abbuffò con il cibo e morì mentre chi fu parco nel mangiare e pensò solo a scaldarsi, sopravvisse dopo le inumani sofferenze del fronte. «Nun ce se fa più, dice, hai viste? Persino la strunza dell’Emilia mi ha lassato qui solo. Oggi è pegge de prima, non vede che mi strascico a lu bar a fare qualche cosa e mi pagano qualche vinetto.. è cume se me se fosse spenta la luce».
Rimane ancora un negozio laboratorio di restauro di mobili di Landro Evangelisti che ha visto tantissimi clienti amanti dello stile. Gaber, che spesso andava a mangiare lì vicino, da Chicco con l’amico Sandro Luporini, era cliente di Leandro e anche Renato Zero che arrivava lì con l’autista e si faceva sbarcare proprio davanti la porta del negozio.
La strada, una volta piena di vita e di attività artigianali, oggi vede sfrecciare auto con lo stereo a tutto volume che escono da Viareggio, tra quinte di negozi chiusi e buche sull’asfalto. Già, hanno rimosso i parabordi di plastica bianchi e rossi che da anni circondavano lo sterrato davanti alla torre Matilde. «Almeno questo l’han fatto», ho detto agli operai che li portavano via. «Li hanno tolti perché infine qualcuno si è accorto della bruttura?» «Servono per un altro posto della città», mi hanno risposto. Alla faccia della sensibilità e del minimo gusto estetico.
Qualche anno fa è stato presentato un progetto di recupero del lungo Canale Ovest, fatto di arredo urbano stile marinaro, negozi artigiani e piccole trattorie che darebbero al posto la bellezza dei Navigli di Milano. Solo Leone c’è, un ristorante noto che pratica prezzi modesti ma dove si mangia bene, in un ambiente con lampioni al posto dei contemporanei faretti, riproduzioni di opere di Lorenzo Viani alle pareti. I progetti, presentati dalle varie amministrazioni, sono stati tutti solo bei discorsi. Al posto dei velieri lì davanti alla Darsena Lucca un orripilante capannone di color celeste elettrico, fungo che spunta come un’astronave dal cotto monocolore dei tetti marsigliesi delle case del centro. Manca l’intelligenza e l’amore ma ancora di più quel calore che ci scaldi, che va recuperato da quello della memoria, ormai lontano. Ha proprio ragione Ceccano: «Solo chi si scaldette campette, chi pensò solamente a mangiare morette».
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