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Il Governo non si costituisce, il Pd protesta: è gravissimo

VIAREGGIO. La notizia era arrivata il 20 ottobre 2009: la Presidenza del consiglio dei ministri decideva di costituirsi parte civile nel procedimento giudiziario relativo al disastro ferroviario del...

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VIAREGGIO. La notizia era arrivata il 20 ottobre 2009: la Presidenza del consiglio dei ministri decideva di costituirsi parte civile nel procedimento giudiziario relativo al disastro ferroviario del 29 giugno dello stesso anno. La notizia arrivava, via fax, tramite l'avvocato Raffaello Cecchetti, delegato dell'avvocatura di Stato per il Tribunale di Lucca. La presidenza del Consiglio dei ministri è rappresentata dall'avvocato di Stato, Gianni Cortigiani. I motivi della decisione venivano così spiegati: «La presidenza ha ritenuto evidente che l'evento luttuoso ha causato un danno all'immagine dello Stato, oltre che un danno di natura economica». Su questa scia i consulenti incaricati hanno partecipato a tutto l’incidente probatorio.

Lunedì scorso, però, all’apertura dell’udienza preliminare, la Presidenza del consiglio dei ministri non c’era e non ha presentato la domanda di costituzione di parte civile. «Il disastro ferroviario di Viareggio ha causato la morte di 33 persone, e ferito un'intera città. È gravissimo che la Presidenza del consiglio dei ministri non si sia costituita come parte civile, a differenza di tutte le altre istituzioni regionali e locali. Chiediamo conto al presidente Monti i motivi di una scelta che ci sembra molto discutibile». Lo affermano i senatori toscani del Pd Andrea Marcucci e Laura Cantini, che sull'argomento hanno presentato una interrogazione urgente all'esecutivo.

«Lo Stato deve essere a fianco delle vittime in tutti modi e con tutti gli strumenti previsti dall'ordinamento. Apprendere dai verbali-aggiungono i parlamentari- dell'udienza preliminare che si è svolta nei giorni scorsi a Lucca, che contrariamente a quanto annunciato precedentemente, la presidenza del consiglio dei ministri non sarà parte civile, ci offende e ci indigna». (d.f.)

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