Toscana
Tesconi: i miei scatti nei non luoghi della follia umana
Oggi a Palazzo Panichi si inaugura la mostra fotografica che il campione olimpico ha dedicato ai manicomi
PIETRASANTA. Un viaggio nel manicomio mentale dell'uomo lungo trentacinque scatti. Che sono poi le istantanee fissate da chi, come Luca Tesconi, medaglia d'argento nel tiro a segno alle Olimpiadi di Londra, nel mirino è abituato a mettere bersagli concentrici e non lo sfondo di un “non luogo” che racconta di dolore, paure, incomprensioni e vite spiate.
Il vernissage di questo pomeriggio, ore 18, a Palazzo Panichi, della mostra fotografica a firma di Tesconi - organizzata da Comune, Gestalt Gallery e Annalisa Bugliani - racchiude le storie gridate, attraverso le immagini, degli “ospedali dei matti”. Ospedali che la legge Basaglia ha chiuso lasciando la cura dei malati psichiatrici ai servizi d'igiene mentale pubblici.
«Perché i manicomi? È un qualcosa - spiega Luca Tesconi - che nasce ascoltando le parole di mio padre, informatore farmaceutico, proprio in diversi manicomi. In particolare in quello di Maggiano. Parole che mi suggerivano emozioni forti, curiosità, quasi come la passione che mi ha poi spinto, in questi ultimi due anni, a visitarli, a leggere i libri di Tobino e a scattare un migliaio di foto. Ne ho selezionate trentacinque scegliendo in base ai temi trattati».
Quando nasce la tua passione per la macchina fotografica?
«Ai tempi in cui frequentavo l'Istituto d'arte Stagi. I miei genitori mi regalarono la prima "Reflex": mi sembrò di avere il mondo fra le mani. Il resto è venuto da sé, con il tempo».
Definisci il manicomio, così come da titolo della tua mostra, un “Non luogo”: a cosa ti riferisci?
«Al fatto che si assomiglino l'uno con l'altro. Ogni corridoio, ogni stanza, ogni muro è un qualcosa di già visto. Impossibile non sentirti scuotere dentro, pensando a chi, sempre in quei luoghi, si è consumato la vita, fra rabbia, paura, solitudine, disperazione».
Che opinione ti sei fatto della chiusura dei manicomi?
«È un fatto su cui non riesco ad avere un pensiero definitivo: da un lato vedo i manicomi come una struttura della sofferenza, un retaggio della nostra civiltà assolutamente da chiudere. Dall'altro mi affascina la visione di Tobino, l'arte della pazzia e la libertà, per queste persone, di potersi esprimere liberamente in un loro ambiente. Probabilmente, come sempre, la verità sta nel mezzo: a quella chiusura doveva seguire un protocollo efficace. E risolutivo».
Nel tuo immaginario cosa è rimasto di quei “non luoghi”?
«Le porte spesse, con un piccolo spioncino: la consapevolezza dell'essere spiato, controllato, senza però poter vedere, a tua volta, gli altri. E poi la finestra posizionata sempre in alto. E mi sono sentito soffocare».
Torniamo, per un attimo, ai giorni olimpici: com'è cambiata la tua vita dopo l'argento londinese?
«Sono sempre lo stesso, è solo che qualcuno mi riconosce un po' di più rispetto al passato. E poi, ovviamente, le responsabilità sono cresciute. Come sono andati i recenti Europei in Danimarca? Personalmente non bene: un po' sto pagando un ridotto numero di allenamenti, un po' le nuove regole e un po' ancora la difficoltà a mantenere la giusta concentrazione. Senza concentrazione in questa disciplina vai poco lontano. Ho bisogno di staccare per un periodo: del resto questa mostra mi sta coinvolgendo molto. Ma le Olimpiadi di Rio restano il mio obiettivo principale».
Luca Tesconi, cos'è la pazzia?
«Chi può dirlo che cos'è…in fondo la pazzia è relativa: chi stabilisce i confini della normalità? E allora ben venga una mostra come questa, che non vuole denunciare un qualcosa, ma si propone semplicemente come elemento di discussione».
A corredo della mostra, che proseguirà fino al primo aprile, sarà presentato un catalogo con i contributi dello psichiatra Stefano Michelini, del fotografo Ferdinando Scianna, del regista Tarsem Singh, dell'attore Dario Vergassola e del medico e scrittore Mario Tobino.
Luca Basile
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