Il dolore
I fratelli Cinquini senza parole
«Abbiamo provato a coinvolgere il pubblico, non siamo stati capiti»
VIAREGGIO. Strana, e beffarda, la vita. Fino allo scorso anno il numero cinque aveva una valenza positiva per i carristi Stefano e Umberto Cinquini: rappresentava le vittorie consecutive ottenute in seconda categoria, che poi avevano spalancato le porte della promozione tra i carri grandi. Poi ecco che quel numero simboleggia la delusione per un quinto posto che mai avrebbero preventivato.
«Non so cosa dire. No, non può essere». Stefano, il più mite e taciturno dei due fratelli, ha gli occhi inumiditi, lo sguardo perso nel vuoto. «Davvero, non so cosa dire. Noi abbiamo provato a fare un carro di Carnevale e per il Carnevale, puntando sul divertimento e sul coinvolgimento del pubblico. Evidentemente non è stato capito».
Umberto, l’altro titolare della cattedra, non si lascia andare a reazioni scomposte. Anzi: rivolge un appello ai suoi figuranti, pure loro schiumanti di rabbia: “Mantenete lo stile”.
Chi, invece, sapeva che non avrebbe raccolto un risultato straordinario è Franco Malfatti: il suo carro-denuncia sulla condizione dei carcerati non va oltre la settima, e penultima, posizione. «Io me lo sentivo – dice dopo la lettura dei verdetti – o avrei vinto, o sarei arrivato settimo». Della serie: o la giuria comprende il significato e la profondità della sua opera, oppure la penalizza. E, purtroppo per lui, si è concretizzata la seconda ipotesi.
Niente vena polemica per Massimo Breschi, fermatosi sul gradino più basso del podio: «Ovviamente quando si concorre si spera sempre di arrivare il più in alto possibile, ma va bene anche così». Poi, scendendo nei dettagli, ecco che il costruttore de “Le nozze con i fichi secchi” tira fuori due aspetti che emergono con forza dal verdetto delle giurie. Il primo: le coreografie in stile teatrale fruttano un piazzamento ragguardevole. «Non dico di essere contrario: mi limito a sottolineare che il Carnevale è, prima di tutto, coinvolgimento popolare. Se facciamo tutti la coreografia studiata nei minimi dettagli, i corsi mascherati diventano una marcia funebre». Il secondo: anche chi presenta sui viali a mare carri incompleti – parliamo delle arpie dei fratelli Bonetti in occasione della prima sfilata – e che non sempre hanno funzionato a dovere può sfiorare la vittoria. «Io istituirei 5 giurie, una per ogni corso: a quel punto, chi sfila col carro completo fin da subito verrebbe adeguatamente ricompensato».
Simone Pierotti
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