Il dolore
Commesse beffate vanno al negozio e lo trovano chiuso
Cala la parola fine su Stefan: in dieci restano a piedi «Neanche un avviso che ci avrebbero mandato a casa»
VIAREGGIO. Sono arrivate in negozio, come ogni mattina, per iniziare la giornata di lavoro. Ma ieri le addette del punto vendita Stefan al Cotone hanno trovato una brutta sorpresa. Ad attenderle non c’erano porte da aprire e articoli da sistemare, ma camion e operai incaricati di portare via la merce. Perché Stefan - dopo mesi di difficoltà e polemiche - chiude i battenti e lascia il fondo di via Aurelia sud.
Una notizia che, per la verità, non sorprende. La situazione economica della catena di abbigliamento di Prato è nota da tempo. Le stesse commesse, dieci in tutto, lamentano diverse mensilità arretrate. Dai 3 ai 4mila euro a testa, dicono. «Ma quello che è successo oggi (ieri, ndr) - spiega Anna Ruffini, rappresentante sindacale - non ce lo saremmo mai aspettato. Avrebbero potuto avvisarci, visto che lavoriamo, o almeno lavoravamo lì. L’unica persona con cui siamo riusciti a parlare è stato un direttore, tra l’altro arrivato da Pisa, che ci ha dato la colpa della chiusura. Perché abbiamo scioperato».
Non una parola su cosa succederà adesso. Perché al di là della rabbia del momento, per queste dieci donne restano mutui da pagare e figli da mantenere. «Purtroppo - spiegano - non abbiamo alcuna garanzia non dico su un eventuale spostamento in un altro punto vendita (alcuni negozi sono stati “assorbiti” da altri marchi, ndr), ma anche su cassa integrazione e mobilità. Insomma, al momento non sappiamo se rivedremo mai un euro da questa azienda, se possiamo ritenerci libere e cercare un altro impiego, o cosa. Nel frattempo, mentre dalla proprietà non arrivano segnali di alcuna sorta, c’è da andare avanti».
Furioso Giampiero Guidi, segretario della Fisascat Cisl. «Un atteggiamento del genere è intollerabile - spiega - e non meriterebbe neanche un commento, se non fosse che in ballo c’è la vita di dieci donne e delle loro famiglie. Mi domando se i lavoratori siano ancora considerate persone, o bestie da trattare come se non contassero nulla. Non capisco come sia possibile chiudere un negozio dall’oggi al domani senza neppure avvertire chi ci lavora. Abbiamo cercato di parlare con Prato, ma senza ottenere grandi risultati. Ci è stato detto che erano stati avvertiti i sindacati di Prato: non mi risulta, ma anche se fosse? È più importante mandare una lettera a una sigla sindacale, o chiamare i propri dipendenti spiegando loro che da domani non avranno più il loro impiego?». Domanda, per ora, senza risposta.
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