Il Tirreno

Versilia

Neonato morto, «Vogliamo altre indagini»

Neonato morto, «Vogliamo altre indagini»

I genitori versiliesi di un bambino deceduto all’Opa dopo un cesareo s’oppongono all’archiviazione

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PIETRASANTA. Chiedono di indagare più a fondo sulle cause della morte del proprio figlio, e – soprattutto – sulle responsabilità del medico di guardia nel reparto di ostetricia dell’ospedale di Massa che l’ha fatto venire alla luce, i genitori – una coppia di Pietrasanta – del neonato morto nell’ottobre 2011, a tre giorni di vita. La coppia – mediante il proprio legale, l’avvocato Carlo Alberto Antongiovanni di Viareggio – si oppone alla richiesta di archiviazione del procedimento penale a carico del medico del reparto di ostetricia di Massa che avrebbe ritardato, e senza cognizione di causa – è l’ipotesi dell’accusa – il ricorso ad un parto cesareo; questo temporeggiamento, sempre secondo la linea d’accusa intrapresa dal legale della coppia – sarebbe poi stata la causa della morte del neonato.

Il primo ricovero. Sono le 19 del 7 ottobre 2011 quando la madre, trentenne, decide di recarsi all’ospedale di Massa: la data del parto è vicina e lei avverte che potrebbe essere arrivato il momento clou; dopo essere stata visitata da un’ostetrica, viene dimessa: «non ci sono segni di avvicinamento al parto», è quanto appunta l’avvocato Antongiovanni nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione.

Il secondo ricovero. Sono le 2 e 30 della notte del giorno successivo (l’8 ottobre 2011) e torna in ospedale perché ha dei forti dolori; l’ostetrica, che l’aveva visitata il giorno precedente, si rende conto che il battito cardiaco del feto è rallentato: contatta il medico di guardia, che fornisce alcune indicazioni ma non visita la paziente. Dopo mezz’ora, l’ostetrica telefona nuovamente al medico: il tracciato del cuore del feto «non è rassicurante», ma il medico non si fa vedere. Passano altri 30 minuti e l’ostetrica informa il medico che «il battito del feto continua a decelerare»: questa volta il camice bianco ordina di portare la paziente in sala travaglio. Qui il medico non provvede né a visitare la paziente né a sottoporla a ulteriori accertamenti, secondo quanto ricostruito e documentato dal legale della coppia, che aggiunge: «questo dimostra, ancora una volta che il medico si disinteressa alla gestante, continuando a non visitarla».

90 minuti, poi il “cesareo”.Solo alle 6 e 50 della mattina – la giovane era entrata in ospedale alle 2 e 30 della notte – e sollecitato da due ostetriche, il medico decide di sottoporre la paziente ad una visita osetrica e ad una amniorexi (per indurre il parto). Si rende conto che qualcosa non va e allora decide di sottoporre la donna a taglio cesareo urgente, che avviene invece dopo «90 minuti». Il bambino morirà tre giorni dopo.

L’accusa. «Il neonato non sarebbe morto «se il medico avesse eseguito un’attività diagnostica più precisa e puntuale – scrive al tribunale di Massa - ufficio per le indagini preliminari, l’avvocato Antongiovanni nel suo atto di opposizione alla richiesta di archiviazione che farebbe cadere l’accusa di «imperizia» e «negligenza» mossa contro il medico ospedaliero.

Le aggravanti. L’avvocato motiva il perché ci si opponga a chiudere la dolorosa vicenda senza che siano individuati dei responsabili: «Da parte del medico di guardia – scrive l’avvocato Antongiovanni – vi fu un’inerzia censurabile, tanto più grave quando è accertato che l’ostetrica lo sollecitò più volte ad intervenire, senza ottenere alcun risultato». L’ipotesi è che il neonato non sarebbe morto se la giovane fosse stata visitata e sottoposta subito ad un taglio cesareo.

Giovanna Mezzana

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