Il dolore
«Evasi 36 milioni» Perini sotto choc
È accusato di aver aperto delle società in Lussemburgo per non pagare tasse in Italia su maxi-operazione finanziaria
VIAREGGIO. Un’evasione fiscale da 36 milioni di euro. Imposte che - secondo la Procura della Repubblica di Lucca e la Guardia di finanza - Fabio Perini, il re dei velieri di lusso, avrebbe dovuto versare all’Erario dopo una maxi-operazione finanziaria che aveva fruttato al suo gruppo 400 milioni. Perché le società del Lussemburgo verso cui sono transitati questi soldi sono - secondo gli inquirenti - fittizie: a crearle è stato lo stesso gruppo Perini, allo scopo di pagare meno tasse. In questo caso, grazie alla normativa lussemburghese, neanche un euro.
Nel mirino degli investigatori finisce, dunque, uno degli imprenditori più noti non solo a Viareggio, ma anche nel mondo. È un capitano d’industria, Fabio Perini: 72 anni, una fortuna fatta con le macchine per cartiere. Un’altra fortuna ripetuta con il cantiere nautico aperto nel cuore produttivo della Darsena. Da cui escono quelle che - mediaticamente - vengono definite “le Ferrari del mare”. Ma i velieri di lusso sono solo una parte degli interessi del gruppo Perini, che ha attività nel cartario, nel biomedicale, immobiliare e meccanico, con sedi in tutto il mondo. Un nome “eccellente”, dunque, a proposito del quale la Finanza precisa subito di non aver riscontrato alcuna infrazione fiscale a livello commerciale. L’attività del gruppo, o meglio del suo ramo navale, è priva di pecche», spiega il colonnello Gabriele Failla, comandante delle Fiamme gialle lucchesi. Il nodo, appunto, è in quelle 15 società facenti parte di una holding con sede in rue Beaumont, cuore turistico di Lussemburgo città, che ospita numerose fiduciarie e che ha dato il nome all’indagine. Qui sono arrivati, anche di persona, gli uomini del nucleo di polizia tributaria comandato dal tenente Vito Di Terlizzi. Partendo da una verifica fiscale scattata nel 2010 alla Perini navi.
Questa la ricostruzione degli inquirenti. «Dalla verifica in sé non è emerso nulla - afferma il colonnello Failla - ma è stata la diramazione verso il Lussemburgo a insospettirci. Così è stata avviata un’indagine che ha cercato di far luce su un episodio preciso: la rivalutazione del marchio di Perini Navi e Perini Istanbul. In sostanza, nel 2007 il gruppo procede alla rivalutazione del marchio tramite una cessione di partecipazioni che porta il valore delle società da 15 a 200 milioni di euro. Al termine di un complesso giro, il valore viene dirottato sulle società della holding lussemburghese, realizzando una plusvalenza di 378 milioni di euro: 185 per la Perini Navi e 193 per la Perini Istanbul. Se questi soldi - prosegue Failla - restassero in Italia, la legge prevederebbe un imponibile di 60 milioni di euro, con 20 milioni di tasse da versare». Ma così non è: in Lussemburgo resta tutto al privato, lo Stato non prende un euro. Anche se si tratta di operazioni contabili, non di denaro che entra in tasca.
Fin qui - si precisa - tutto legale. Ma il problema - secondo gli inquirenti - è che quelle società lussemburghesi sarebbero fittizie. Per le Fiamme gialle i verbali di riunioni, di assemblee, bonifici, richieste di procure e quant’altro riguardi la gestione delle società partono tutte da Viareggio, in direzione nord Europa. Lo scambio di mail e di documenti, insomma, fa sospettare alla Finanza che il cervello di queste realtà sia in Versilia. E il calcolo del reddito imponibile proveniente da questa operazione - considerando i soldi risparmiati e tutte le transazioni - è di 112 milioni, di cui 36 da versare al Fisco. Così per Perini, per il suo braccio destro in Darsena Francesco Sarti e per altri 8 scatta la denuncia di evasione fiscale internazionale: un reato per cui si rischia dall’anno e mezzo ai tre di carcere. Sequestrati, inoltre, 26 milioni in quote e azioni del gruppo.
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