I cento anni di Giorgio Michetti: «La mia una vita senza compromessi»
Il pittore viareggino festeggia oggi il suo secolo di vita. E Lucca gli dedica una personale «Sono uno spirito libero e me ne sto alla larga dalla politica. Per questo sono stato dimenticato»
VIAREGGIO. Cento di questi anni Maestro!
Se lo era ripromesso, Giorgio Michetti - pittore, scultore, grafico, illustratore, nato a Viareggio il 7 dicembre 1912 - di tagliare l’ambìto traguardo delle cento candeline. E ci è riuscito, peraltro in modo egregio: in formissima (a parte una bronchitella delle ultime settimane) sia nel fisico che nella mente. La sua lucidità, il suo spirito, la sua ironia sono un vero inno alla vita.
«Avevo fatto un contratto con il Padre Eterno che sarei arrivato a cento anni - dice scherzando quando lo incontriamo nel suo atelier di via san Francesco, un po’ in subbuglio per i preparativi della personale che apre oggi a Lucca a Palazzo Ducale - Lui ha rispettato il patto, io anche».
Il segreto di tanta longevità? «Avere la mente sempre occupata, piena di idee, di sogni, di stupore per un mondo così interessante. Io pedalo tutto il giorno con il pensiero a rincorrere immagini da tradurre con il pennello. Non solo: sto alla larga da tutti coloro che si lamentano, che mi parlano di morte e di malattie. E soprattutto sto alla larga dalla politica».
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La politica - lo ammette - non incontra i suoi favori e non stimola la sua curiosità: «Sono talmente fuori da questo tipo di ambiente, che sono anche dimenticato. Ma non mi interessa: non ho tessere, non ne ho mai avute, né volute. E ne vado fiero. Io posso dire di aver avuto il coraggio di non pagare la tessera del Fascio».
Uno spirito libero che, nel suo secolo di vita, ha affrontato una miriade di situazioni personali (la morte di due mogli) e collettive: la guerra d’Africa, la prima guerra mondiale,la crisi economica del 1929. «Ho ricordi abbastanza precisi legati al primo conflitto mondiale sebbene avessi soltanto 5-6 anni - racconta Michetti, come stesse sfogliando un album di fotografie a cercare quella giusta - Nel giardino di Palazzo Paolina c’erano i prigionieri austriaci a cavalcioni del muro: è un’immagine che ho stampata nella memoria. Prima o poi ci farò un quadro».
La guerra, la miseria, la grande crisi. Sicuramente ben più drammatica di quella odierna: «Ma quale crisi?- osserva il Maestro - quella dei giorni nostri è solo la grande paura di perdere il gran benessere conquistato. Io vedo i ristoranti sempre pieni, vedo passare auto di grossa cilindrata. Noi non avevamo niente e quindi non temevamo di perdere niente. Il popolo viareggino è un grande popolo che si è perso mescolandosi con altre razze».
Del resto Giorgio Michetti proprio dieci anni fa, in occasione del suo 90º compleanno, ha pubblicato con Baroni un libretto dal titolo “La Viareggio che non c’è più”. Ne legge qualche passo qua e là: «Ricordo quella gente! Quieta nella quotidianità operosa e tesa ad inventare come costruire il futuro. Tenace nella speranza sempre viva di un avvenire da cambiare o da conservare. Coraggiosa nelle perigliose vie dei mari (...) pronta a stendere una mano (...), solidale e infuocata, anarchica nel profondo esistenziale pensiero. Ricordo questo mio paese incantato, che ora non c’è più, si è perso nel giro di spole di qualche lustro perché in questo beato angolo di mondo è arrivato il cittadino, lo straniero, l’estraneo. Gli usci sono chiusi a chiave, non sono più salotti i marciapiedi, le strade non sono più il campo del gioco, cartacce, sacchetti di plastica, gomme masticate e poi sputate, cacche di cani (...) Io ricordo la mia gente che lavava i marciapiedi! Ma questa gente non c’è più».
E non basta dire “be’ mi’ tempi”, sarebbe meglio dire “mea culpa”. Non ha dubbi il Maestro: il degrado dilaga. «A Viareggio le autorità competenti si sono messe d’accordo per distruggere la città, la pineta, le belle case, non parliamo della Passeggiata a mare. Ai miei tempi era il lungomare più bello d’Europa, perché l’America era troppo lontana: quando dicevo a mia madre che andavo in Passeggiata a fare in giro si raccomandava affinché mi cambiassi d’abito perché andavo in un salotto a cui c’era da portare rispetto».
Regole che gli adulti oggi non suggeriscono più: «Sono diventati distratti, senza polso, non sanno dire di no ai propri figli, non fanno altro che accontentarli in tutte le loro richieste, contribuendo soltanto ad aumentare i loro bisogni. Lo dico sempre ai miei figli di ricordarsi come li ho educati, quanti calci nel sedere hanno avuto, ma che sono serviti a farli diventare persone. Per andare avanti - afferma con convinzione - bisogna andare un po’ indietro ».
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E forse anche altrove. Correva l’anno 1961 quando Giorgio Michetti, allora 49 enne con tre figli a carico e una nuova moglie, decise di far le valigie e prendere la strada per Milano. «Avevo dei clienti, conoscevo alcuni editori: erano gli anni del boom economico, del lusso non era difficile trovare un posto di lavoro. Bastava averne voglia e così ho fatto un po’ di tutto: il grafico, l’illustratore di copertine di libri, i manifesti pubblicitari. C’era la possibilità di fare incontri, partecipare a manifestazioni, vedere tanta bella gente. Mi sono avvicinato alla critica - racconta Michetti - ma non mi sono mai venduto né ho accettato di sacrificare la mia arte al mercato: non avrei potuto fare come altri colleghi che per soldi accettavano di riprodurre trenta-quaranta volte lo stesso soggetto».
Impossibile per uno come lui che con i quadri ci parla, ci conversa, ci instaura un rapporto “inter pares” e rivela: «Non dipingo su una tela bianca. La prima operazione che faccio è sporcarla con i colori fino a farne un quadro astratto, poi lo osservo a lungo e vado a cercare in quelle tinte, in quelle tonalità, il soggetto. Come si fa quando si guardano le nuvole e s’immaginano forme diverse. E ciò per me è possibile perché ho la testa ancora piena di idee e di sogni».
Non è un caso che non possa sopportare il computer: «Non ce l’ho e non lo voglio avere - sentenzia senza possibilità di replica - il computer è un’intelligenza matematica, io sono un’intelligenza creativa, per quella macchina infernale due più due fa quattro, per me può fare anche sei». E quando pensa che ormai il pc è entrato anche nel mondo del disegno rabbrividisce: «Ma le opere sono tutte maledettamente uguali...». Non ha voluto neanche accettare il consiglio dei figli di copiare sull’hard disk tutti i libri mastri che sua moglie negli anni ha aggiornato con una precisione certosina: una catalogazione degna di un addetto ai lavori. Dei 2556 quadri che Michetti ha prodotto fino ad oggi, è possibile sapere la data di realizzazione, le dimensioni, il numero progressivo, la tecnica utilizzata, la collocazione, l’eventuale acquirente. «Nel tempo che perderei a trasportare tutti i dati, sai quanti altri quadri farei».
L’ultimo s’intitola “Acrobazie” e ha appena preso il volo per Lucca. E’ una tela futurista come il pavimento di casa sua, dipinto in un momento di protesta per non essere stato invitato due anni fa ad una mostra sul Futurismo allestita a Palazzo Paolina. «Nemo propheta in patria». Ed è giustappunto Lucca a rendergli omaggio con “Cent’anni compiuti” .
Come si cambia in cento anni? «Mi sono addolcito e con me la mia pittura: ero più polemico, più cattivo: l’età ti porta ad isolarti, più invecchi più il mondo si riduce a una stanza, ti chiudi nei ricordi, diventi sentimentale e anche i quadri si trasformano». Che regalo vorrebbe per i suoi cent’anni? «Potrei regalarmi un quadro dedicato a questo compleanno e... altri cento anni. Ma - scherza - sarebbe davvero chiedere troppo. Me ne bastano altri due o tre».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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