Il Tirreno

Versilia

La Versilia dimentica il re delle hit

di Gabriele Dini
La Versilia dimentica il re delle hit

Giancarlo Bigazzi ha scritto canzoni storiche come “Luglio”, “Rose Rosse” e “Gloria”. La moglie: «Poca attenzione»

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LIDO. Si chiama pop e qualcuno lo snobba. Ma nessuno potrebbe vivere senza quelle canzoni che entrano in testa e inesorabili si fanno strada verso il cuore. A "costruire" quei piccoli gioielli sono spesso artigiani geniali, gente che lavora nell'ombra ma che di certo sa leggere l'animo umano ed ha la rara capacità di distillarne desideri e contraddizioni incastonandole in canzoni da tre minuti. Fino all'anno scorso a Lido di Camaiore viveva uno di questi maestri. Ma come tutti i patrimoni culturali della Versilia, anche Giancarlo Bigazzi - scomparso nel gennaio scorso all'ospedale Versilia - rischia di essere dimenticato. Eppure questo artigiano della canzone - così lo definisce la moglie Gianna con la quale abbiamo avuto il piacere di conversare in un bell'appartamento affacciato sull'area ex-Bussoladomani - in oltre 40 anni di carriera ha composto brani famosi in tutto il mondo come "Luglio", “Rose Rosse” "Erba di casa mia", "Montagne verdi", "Gloria", "Ti amo", "Si può dare di più", Self Control", "Cosa resterà degli anni '80" "Gli uomini non cambiano", collaborando con artisti come Massimo Ranieri, Ornella Vanoni, Adriano Celentano, Mina, Mia Martini, Raf, Marco Masini, Francesco Guccini. Addirittura uno dei primi successi di Jennifer Lopez è una cover di una sua canzone, “Non amarmi” già portata al successo da Aleandro Baldi, tradotta in spagnolo (il titolo è “No me ames”). Ma l'elenco - al quale va aggiunta la colonna sonora del film premio Oscar Mediterraneo oltre alla parentesi goliardica degli Squallor (Bigazzi era il personaggio che ripeteva lo slogan "Guatemala, Guatemala… maremma maiala) - potrebbe durare all'infinito.

Avete vissuto per anni in Versilia, ma l'impressione è che il lavoro di suo marito in questa zona sia stato ignorato…

«I progetti ci sono, sia qui sia a Firenze (il compositore è nato nel capoluogo nel 1940 ndr). Ma troppo spesso restano campati in aria. A Firenze Matteo Renzi ha definito Giancarlo Bigazzi un patrimonio bculturale della città promettendo di onorarlo. Adesso però è impegnatissimo. Sa, ci siamo un po' abituati, la memoria è labile e la gratitudine poca, soprattutto nel mondo dell'arte e dello spettacolo. Ma la nostra disponibilità per collaborazioni è grande. L'anno scorso abbiamo fatto qualcosa a mie spese con il comune di Forte dei Marmi, grazie all'aiuto di Loris Marchi e Derna Polacci, e con la mia amica Rosaria Panatta stiamo discutendo di fare qualcosa in estate alla Versiliana. Ma finora abbiamo avuto poca sponda dalle amministrazioni. Al momento stiamo lavorando per creare una Fondazione Bigazzi: mio marito ha sempre amato lavorare con i giovani artisti».

Suo marito ha anche scritto una canzone per Mia Martini intitolata Versilia. Come è stato il vostro rapporto con questa terra?

«Abbiamo avuto due fasi molto diverse legate alla Versilia. A fine anni '70 Giancarlo era gli esordi e frequentava La Bussola assieme agli artisti per i quali scriveva. Erano gli anni di "Luglio" e "Lisa dagli occhi blu". Frequentavamo grandi personaggi come Sergio Bernardini e Mina, c'era molto entusiasmo. Poi negli anni '70 ci siamo allontanati per la Sardegna e la Maremma. Ma con il cuore siamo sempre rimasti legati a questa terra : pensi che mio marito ha composto solo due canzoni esplicitamente dedicate a zone della Toscana, "Mamma maremma" per Umberto Tozzi e, appunto, "Versilia", per la mia amica Mimì che purtroppo se n'è andata troppo presto. A volte con lei andavamo al mercato di shopping a passeggio era una grande artista. In Versilia ci siamo tornati a vivere quando Giancarlo si è ammalato e ci siamo stati quasi dieci anni. Anche se la nostra casa era sempre piena di musicisti e giovani artisti - d'altronde la nostra aperta era sempre aperta per tutti - lui ha sempre odiato i locali rumorosi e la mondanità. Adorava passeggiare da queste parti in inverno e primavera, a Lido e in Darsena: a lui non piaceva la Versilia del Twiga e dei russi. Quando tornavamo a Firenze lui chiedeva di tornare "a casa", e intendeva a Lido».

C'era qualche angolo di Versilia che consideravate speciale?

«Giancarlo amava il pontile di Lido. Lo paragonava al ponte di una nave da crociera. Mi diceva che presto sarebbe partito per una crociera senza sapere per dove. Quando tornavamo dalle passeggiate guardava i profili delle Apuane e ci vedeva figure. Aveva una grande fantasia e un grande senso dell'umorismo».

Avete vissuto a pochi passi dall'area di Bussoladomani, pensate che costruirvi una nuova arena per la musica sarebbe importante?

«Non so dirlo. L'epopea della Bussola e di Bussoladomani è potuta esistere grazie alla personalità di Sergio Bernardini. Io preferirei che non si puntasse sulla quantità, ma sulla qualità. Secondo me alla fine sono troppe manifestazioni in giro: bisognerebbe concentrare le risorse e i talenti».

Secondo lei Camaiore potrebbe investire su un evento legato alla memoria di suo marito?

«Per ora stiamo lavorando a una commemorazione al teatro Verdi di Firenze a gennaio. Poi si vedrà. Per ora di contatti con Camaiore non ce ne sono stati. Ma noi saremmo sempre contenti di collaborare».

Suo marito ha mai lavorato con l’altro grande musicista adottato da Camaiore, Giorgio Gaber?

«Si conoscevano ma non hanno mai collaborato. Se qualcuno avesse chiesto a Giancarlo quali erano i suoi artisti preferiti tra i primi della lista ci sarebbe stato senz’altro Gaber. Con lui avrebbe indicato Mia Martini e Mina. E anche Totò e Troisi».

Suo marito ha scritto grandi canzoni romantiche, ma aveva anche una vena goliardica portata avanti con gli Squallor...

«Il periodo degli Squallor è stato tanto divertentissimo. Nello studio dove Giancarlo lavorava con Daniele Pace e Totò Savio si era creata un’atmosfera in stile Amici Miei. Fu mio marito a lanciare l’idea. A volte sembrava un orso ed era difficile farlo uscire di casa. Ma con gli amici aveva un senso dell’humor incredibile. Mi ricordo una gara di barzellette con Gigi Proietti una sera a cena. La gente si sentiva male dalle risate».

Le canzoni scritte da suo marito hanno venduto oltre 200 milioni di copie nel mondo. Come lavorava?

«Mi piace descriverlo come un kamikaze della canzone. Lavorava da 16 a 18 ore al giorno. Non sapeva suonare benissimo il piano, anche se la madre era un’insegnante di musica: ma lui non ha mai voluto studiare il solfeggio. Ma “zompava” su quei tasti a giornate intere e cantava con quella sua voce da fumatore, i stile Paolo Conte. E quando non poteva stare al piano fischiettava le melodie. Anche quando veniva a letto. Si portava sempre dietro un registratore per non perdersi niente».

Non è facile creare brani che entrino nella memoria collettiva...

«E’vero, ma lui ci riusciva. Non so come facesse, ma nei tre minuti di una canzone riusciva a sintetizzare tutto con parole semplici e universali. E le sue composizioni (Bigazzi componeva musiche e testi ndr) si adattavano alla personalità dell’interprete come un abito realizzato da un sarto. Le canzoni di Mia Martini e Marco Masini erano tagliate per loro. Era anche un perfezionista».

Non ha mai pensato di cantare i propri brani?

«Non gli piacevano i riflettori e ha sempre odiato anche le interviste televisive. Diceva di essere solo un artigiano della musica e che fossero gli artisti adoversi mostrare al pubblico».

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