Il dolore
San Francesco senza più frati
Richiamati gli ultimi 3 carmelitani. Il vescovo promette un parroco entro Natale
PIETRASANTA. Il campanello suona a vuoto. Una, due, tre volte. «Lasci perdere, non c’è nessuno. Se ne sono andati tutti» grida, dall’altra parte della strada, una donna anziana con sacchetto della spesa fra le mani. Ci guardiamo intorno: la chiesa di San Francesco, austera e familiare al tempo stesso, rimanda ad un passato lontano, alla Messa domenicale dove ti accalcavi vicino agli ingressi tanta era la gente presente, alle gite organizzate dalla parrocchia, al catechismo che si accompagnava ai sabati pomeriggi da trascorrere con gli amici. Poi?
« Poi, dal 10 ottobre scorso, gli ultimi tre frati, carmelitani, sono stati richiamati dal padre provinciale. E in Convento non c’è più nessuno. Anche se entro Natale, lo ha assicurato il vescovo, arriverà un nuovo parroco. Speriamo perché vedere la nostra chiesa abbandonata è un dolore che neanche si può immaginare, ma del resto andare avanti in quel modo non era più possibile» ci racconta uno dei parrocchiani di zona.
Andare avanti in che modo? E allora cominciano i sussurri, le mezze parole, la voglia di dire e non dire sul ‘decadimento’ di questa chiesa che affonda le sue radici nel 1500 e che appartiene al cuore di Pietrasanta. Un fatto è certo: quando la Chiesa operava a pieno regime, i frati francescani, nel tempo rimpiazzati dai carmelitani, erano arrivati ad essere anche 6, 7: negli ultimi mesi, a gestire il tutto era invece Padre Tomas, supportato da due religiosi. Tutti di nazionalità indiana. « Ed il problema, scusate la franchezza, è stato proprio questo – raccontano alcuni fedeli - e non è certo questione di razze e culture, visto che prima di loro il referente era padre Joy, un frate particolarmente amato dalla gente del posto, anche lui di nazionalità indiana, con una gran voglia di proporre, condividere. Quando decisero di trasferirlo in un altro convento, per tutta una serie di problematiche, ci fu anche una raccolta di firme per trattenerlo nella nostra parrocchia. Ma fu inutile. Oggi è nella zona del pisano ed è sempre particolarmente amato. Padre Tomas e gli altri – ci dicono – sono ovviamente brave persone, ma oltre ad avere problemi nel comunicare, con la lingua italiana per intendersi, hanno una concezione tutta loro dell’evangelizzazione: in India le persone, a prescindere, affollano le chiese, qui, da noi, devi saperle appunto coinvolgere, parlarci, invitarle al confronto. Un po’ come faceva Padre Joy. E il risultato è stato che su una comunità come quella del San Francesco di 3, 4 mila persone, alla fine, in Chiesa, la domenica, ci andavano, 100 persone, al massimo. E sempre meno erano i matrimoni da celebrare, le comunioni. E anche le offerte, ci sembra chiaro. A quel punto il padre provinciale, anche lui di nazionalità indiana, a cui devono rispondere, ha ritenuto opportuno richiamare i tre per i indirizzarli ad altre missioni. E oggi la chiesa di San Francesco, in attesa di decisioni, dipende dalla parrocchia del Duomo dove il referente è Don Stefano D’Atri».
Da lunedì al sabato la chiesa viene aperta, per visite e preghiere da un custode che si è preso a cuore la situazione e che cura la minima manutenzione del convento, uno splendido chiostro attiguo alla sede del Centro Arti Visive. Nel fine-settimana vengono celebrate tre messe: il sabato pomeriggio alle 17.30, e la domenica, alle 10.30 e di nuovo alle 17.30. Ad officiarle due religiosi della Casa di Cura San Camillo di Forte. Poi, nei giorni a divenire, , i portoni sbarrati, un senso di abbandono che « amareggia e fa riflettere. Certo un po’ è anche colpa nostra: siamo indolenti, ci eravamo affezionati a padre Joy e quando lui se n’è andato – spiegano – è come se ci fossimo sentiti traditi. E quindi c’è chi ha cominciato a frequentare la chiesa di Ponterosso, chi quella dell’Africa e chi ancora il Duomo. Anche perché, ciò che conta, è pregare, poi il luogo non dovrebbe fare la differenza. Detto questo fino a qualche anno fa solo immaginare la chiesa svuotata dei religiosi e dei suoi fedeli, era cosa impossibile. Ma è la realtà: speriamo che il Vescovo ci metta mano e che magari possa veramente tornare, come parroco, quel Padre Joy che tanto ha fatto per la comunità. Ridesterebbe quell’entusiasmo perso per colpe che vanno suddivise fra parrocchiani e comunità religiosa».
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