Il Tirreno

Versilia

Ditta fatta fallire per 20mila euro Sentenza annullata

di Gabriele Dini
Ditta fatta fallire per 20mila euro Sentenza annullata

L’avvocato dell’azienda fa ricorso e vince la causa La Corte d’Appello: sono rare le imprese senza debiti

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VIAREGGIO. Il Tribunale di Lucca decide per il fallimento di un’azienda edile di Viareggio per un debito da 20mila euro. Ma l’avvocato della ditta fa reclamo alla corte di Appello di Firenze e ottiene l’annullamento della sentenza. Interessante la motivazione della Corte. «Sono molto rare - si legge nel documento - se non inesistenti, le imprese che non abbiano almeno 30mila euro di debiti».

Il caso. La sentenza di fallimento è arrivata come una doccia gelata nel febbraio 2012. A presentare istanza di fallimento per quell’azienda viareggina di costruzioni erano stati due creditori che avanzavano rispettivamente 16.600 euro e 3500 euro: due somme che messe insieme superavano di poco la cifra di 20 mila euro (la nuova legge sui fallimenti parla di una soglia di 30mila euro).

Per il Tribunale di Lucca l’azienda avrebbe raggiunto la soglia di fallibilità in quanto dal bilancio 2010 - l’ultimo esistente al momento della presentazione dell’istanza da parte dei creditori - risultavano debiti totali per oltre 300mila euro. Ma il legale che rappresenta l’azienda - si tratta dell’avvocato Massimiliano Micheli - ha presentato un “reclamo” basato sul fatto che la ditta nel frattempo, tra il 2011 e il 2012, aveva eliminato tutti i debiti compreso un consistente mutuo presso la banca del monte di Lucca (il risultato è stato ottenuto vendendo un immobile).

La sentenza. La corte d’appello - presieduta dal giudice Luigi Grimaldi (con lui i consiglieri Emanuele Riviello ed Edoardo Monti) - ha accolto la richiesta dell’avvocato Micheli revocando il fallimento della ditta. Interessante la motivazione prodotta dalla corte. Secondo i giudici, infatti, nel decidere il fallimento non si può tenere in considerazione soltanto il bilancio dell’azienda. La nuova legge in materia cerca di evitare che «si dichiari il fallimento di un imprenditore anche quando i creditori interessati siano portatori di un credito d’importo non rilevante». La soglia è fissata in 30mila euro.

La corte ha sottolineato anche che se ne crediti validi per l’istruttoria prefallimentare si dovessero far rientrare tutti i debiti iscrtti a bilancio «allora in pratica nessun imprenditore potrebbe sottrarsi alla procedura, perché sono rare, se non inesistenti, le imprese che non abbiano almeno 30mil euro di debiti».

Nel bilancio - come spiega la corte - possono essere inseriti infatti anche debiti non ancora scaduti come per esempio un mutuo a rate oppure pagati dopo l’approvazione del bilancio. Così il fallimento è stato scongiurato e l’azienda può continuare a lavorare.

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