Il Tirreno

Versilia

Lorenzo Viani, i 130 anni in sordina

Paolo Fornaciari
Lorenzo Viani, i 130 anni in sordina

Oggi la ricorrenza della nascita del pittore viareggino che dava voce ai vàgeri. Ma che la città sembra aver dimenticato

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«Io sono nato nella Darsena Vecchia in Viareggio,la sera di Tutti i Santi del 1882. Sono stato battezzato il giorno seguente, che è quello dei Morti, alla fonte battesimale della chiesa di San Francesco». In quello stesso giorno, cinquantasei anni dopo, Lorenzo Viani moriva ad Ostia, dove stava realizzando una serie di pitture murali nelle sale del collegio "IV Novembre" che dovevano essere inaugurate due giorni dopo, alla presenza di Benito Mussolini. Era il 2 novembre 1936.

Anche se nella sua Viareggio la ricorrenza del centotrentesimo anniversario della nascita passa in sordina, Lorenzo Viani è quanto mai vivo e presente nel panorama artistico italiano ed europeo. All'artista viareggino «è bastata la poca terra del suo paese per vedere ed illustrare le inquietudini umane, ovunque uguali per l'uguale luce del sole», scriveva Domenico Rambelli sulla rivista "Augustea", nel novembre del '36, subito dopo la sua morte.

Viani e Viareggio, Viareggio e Viani, un legame profondo, un binomio inscindibile, una perfetta simbiosi: per Giorgio Pitteri «mai c'è stato luogo al mondo più connaturato ad un artista - pittore e scrittore inscritto in un’unica persona - come Lorenzo Viani. Viani ha trovato tutto e di tutto a Viareggio: non solo la propria nascita, ma i soggetti umani (una folla), e i paesaggi (pochi) per i suoi quadri; i modelli per i suoi bozzetti letterari e le trame per i suoi romanzi; le risse pseudopolitiche, e le innocue incursioni umane, fra poetiche e bibitorie, all'epoca di Ceccardo; la miseria più sentita, e la serenità finanziaria fino all'agiatezza; ha trovato, infine, a Viareggio, da fare all'amore e da mettere su casa con dei figlioli. Il fatto, invece, che non sia morto a Viareggio, ma in un'altra città, a Ostia, e quasi coi pennello in mano, è da considerarsi un mero accidente professionale, causato dal suo indefesso lavoro d'artista».

Al tempo di Viani, Viareggio, la “Perla del Tirreno”, è un crogiolo incandescente dove si mescolano lusso e miseria, spensieratezza e drammi esistenziali. Un paese somma di due poli contrapposti che il canale Burlamacca, la linea d'acqua che dalla cinquecentesca Torre Matilde sfocia in mare, unisce e divide. Da una parte la città “plaisir”, chiassosa e solare, di là dal canale il microcosmo operoso delle darsene, la “meraviglia di Dio” indicata da Viani: «Le calate di Viareggio, il nido dei velieri. Attorno, il popolo marino». Viani è di quest'ambiente. C'è miseria e nobiltà: quello che vale per sua arte.

Un momento importante per la vita e per la formazione artistica di Viani sono anche alcuni viaggi a Parigi, compiuti tra il 1908 ed il 1913, ma per il nostro artista la capitale francese non è altro che la rappresentazione dilatata della realtà del suo paese - la Rouche come il “Casone” - quindi ritorna a Viareggio consapevole dell'universalità della condizione umana per cui non vi sono differenze fra i “geux” della Ville Lumière e gli emarginati, i trasandati ed i vàgeri delle darsene. A tale proposito, nel 1924, scrive: «Verso trentanni, dopo essere stato due volte a Parigi, nel Belgio e in Svizzera e aver soggiornato in quasi tutta l'Italia, mi ritirai a Viareggio di nuovo e mi accampai nella Camera del Lavoro».

Questa presa di coscienza permette a Viani di indirizzare la propria attenzione artistica unicamente verso il «suo paese, la sua gente, il suo mare», con trasporto passionale e con partecipazione. Le immagini che ha consegnato alla storia, la Viareggio che emerge dall'opera di Viani, hanno origine da un’autentica e precisa realtà. Il rapporto fra mondo reale e mondo dell'arte è, nel caso di Viani, così stretto che arte e realtà si compenetrano totalmente affermandosi reciprocamente. Ecco che, quelle di Viani, sono «immagini che non somigliano a quelle di nessun altro pittore: brucianti, allarmanti, ma anche liricamente struggenti». A Viani è bastata la poca terra del suo paese per vedere ed illustrare le inquietudini umane ovunque uguali per l'uguale luce del sole. Viani è il Goldoni di Viareggio. La “sua casa” era la Viareggio oltre il canale, di là dal molo. Sono nati, così, dal suo pennello “vendicatore” personaggi che non sono frutto della sua fantasia, ma che potevano essere incontrati per le strade della “sua” Viareggio: «Raspavano tra i rifiuti - racconta Renato Santini, che di Viani è stato amico ed “allievo prediletto”, del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita, ricorrenza anche questa non degnamente ricordata - e andavano alla mangiatoia dei frati, la sera passavano come ombre nel cantaccio della darsena, dove dormivano fra le barche sfasciate».

Viani, con un linguaggio pittorico carico di veemenza e di energia espressiva e facendo ampio uso della caricatura - che considera la forma più profonda dell'arte: «L'artista deve essere sproporzionato, solo a questo patto egli sarà eloquente...» - riesce ad infondere dignità e lirismo al suo mondo di antieroi, di derelitti, di vàgeri. Il suo impegno a rappresentare questa dolente umanità, senza compassione ma con commossa partecipazione, la sua coerente volontà di dare voce alla protesta di chi vive ai margini della società, senza possibilità e velleità di riscatto, sono state la sua originale identità artistica, ma al tempo stesso le cause delle diffidenze e delle ostilità palesate, per tanto, troppo tempo, nei confronti della sua opera, offuscandone il giudizio critico. «Visitando l'opera mia, per meglio penetrarne l'intimo spirito, è necessario sapere l'identità effettiva di anima che io sento di avere coi vagabondi, coi déplacés; la comunanza di vita che io ho col popolo, il quale mi espresse dalle sue viscere e da cui non mi sono mai, mai staccato; perché col popolo e in mezzo al popolo io vivo e vivendo creo con amore i miei eroi».

Una coerenza totale, che è una vera e propria "fissazione": «Ne ho visti di spostamenti: spiritualisti, futuristi, cubisti, scimmie di Cézanne e di Picasso; ne ho sentite di teorie asmatiche e pesanti, ma io fermo, tenace come un contadino quando scava la terra, di solo preoccupato che il solco venisse diritto come una fissazione».

Questo è, in sintesi, il suo credo, dal quale non si è mai distaccato. Le sue opere “irregolari”, tanto diverse da quelle degli artisti del suo tempo, ne sono l'inconfutabile riprova.

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