Finanza
Una Maria “greca” tra amore e sangue
In anteprima l’opera di Mitoraj destinata alla facciata di Sant’Agostino. Ma la città è ancora divisa su dove collocarla
di ADOLFO LIPPI
Sereno, soffice come una primavera, le mani grandi e tranquille, Igor Mitoraj vive il giorno del giudizio disteso come un gattone su un ampio divano.
Mi riceve nel suo studio a Pietrasanta, edificio rosato, pochi metri dall’Aurelia fracassona, all’ombra di gigantesche statue di richiamo greco, uomini e divinità e miti d’epoche passate nella gloria; da Mitoraj riesumate per il consumo degli uomini di oggi.
Il giudizio è quello del popolo di Pietrasanta che da qualche mese discute e molto se mettere un altorilievo dell’Annunciazione, opera del maestro polacco, sulla facciata della ex chiesa attigua al convento di Sant’Agostino. Il popolo s’è diviso. L'arte s'è fatta partito. C’è chi vuole la scultura e chi non la vuole. Quelli che non la vogliono dicono che dare la lunetta sul portone (dove in genere mettono stendardi e manifesti) a Mitoraj significa “contaminare”. Quelli che ce la vogliono, a cominciare dal sindaco Lombardi e la Sovrintendenza, dicono che rifiutare il dono è insensato, l’opera arricchisce la città, e poi la facciata della ex chiesa sarebbe un rudere in abbandono se l’arte, antica e moderna, non l’avesse negli anni valorizzata con mostre, eventi, convegni, raduni e via. Ma la questione è interessante.
In un'altra città si farebbero baruffe sul mercato o sui cessi comunali. A Pietrasanta, piccola Atene, è pertinente che la disputa, nobile, s’accenda su Botero ieri, su Mitoraj adesso. Anche se, come ben scrive Manlio Cancogni, pietrasantino di mondo, c’è un po’ di tocco provinciale, paesano; inferisce il carattere dei versiliesi che vivono di forestieri ma non li amano proprio e magari preferiscono le statuine dei tanti dilettanti che sbertucciano il marmo, purché di casa.
Visito il maestro non per trascinarlo nel pettegolezzo, ma perché mi mostra l’Annunciazione e me la spiega, come dovrebbe essere spiegata al popolo che poi la vedrà. Mitoraj è polacco come Giovanni Paolo II°. Studiò a Cracovia, si trasferì a Parigi, visitò il Messico (innamorato delle ampie forme dei pittori sudamericani), si lasciò convincere alla scultura e poi su consiglio di Botero venne a Pietrasanta. «Lì per lì – dice – i blocchi di marmo mi spaventarono. Pensai di scappare, poi però mi sono abituato. Li ho affrontati ed usati. Adesso stabilimenti e fonderie, i Mariani, lavorano per me. Amo Pietrasanta ma ho casa in Provenza. Vado e vengo». Mitoraj a Pietrasanta ha dato e dà moltissimo. Quando fu sindaco Manrico Nicolai sistemarono la piazzetta dietro il campanile mattonato del Duomo (che era una discarica di cartoni e biciclette) con un suo centauro bellissimo; poi Mitoraj mise mano all’aula del consiglio comunale: i pavimenti, mura, statue, mobilio, tutto con il suo tocco. Invadente? Ma no.
Il lavoro di Mitoraj è mai pesante, semmai richiama la magia, la metafisica, la poesia dei silenzi, l’enigma dell’altrove, perché la statuaria greca questo significò: fermare nella pietra l’idea umana del superamento, dell’uomo che, grazie al Vero e al Bello (valori richiamati da Socrate e Platone),. diviene eterno, stupefacente, mirabile, più dei fiori, più del paesaggio, più dell’alba, il corpo dell’uomo specchio, come nella Bibbia, di divinità. Questo corpo che Mitoraj, a differenza di Michelangelo, leviga, carezza, aggrazia, senza eccesso di muscolature, di membra architettate e forzate di proporzioni, fa ormai parte dell’arte occidentale. Statue e bassorilievi e portali di Mitoraj si trovano ovunque: da Roma a Massa Marittima, da Parigi a Ercolano, da New York al British Museum. E dovunque, siano portoni di basiliche, monumenti in piazza, marmi e bronzi interni a chiese e musei, hanno incontrato folle ammirate e plaudenti. A chi non piace Mitoraj? Certo, è legittimo che possa non piacere. Ma cosa c’entra parlare di “contaminazione” in una città, Pietrasanta, che ha ben accolto perfino la speculazione edilizia più bieca, senza fiatare, che mette operine in ogni cantone, che tuttavia ha decine di gallerie d’arte che vendono prodotti, vive di prodotti, è un mercato di quadri e sculture; quando mai un mercato tiene al sacro intoccabile? Anzi. Caso mai l’Annunciazione di Mitoraj proprio in questo merita: che richiama uno dei momenti spirituali più alti dell’oriente cristiano, l’irrompere del messaggio di Dio in una povera casa di Palestina, il farsi carne di un Dio che sceglie una povera donna per dare un figlio a lei e un maestro alle genti. L’annuncio a Maria è uno dei temi più trattati dagli artisti italiani di ogni tempo. Vi si sono misurati Leonardo da Vinci, con grazia, eleganza, stile, e poi tutti da Giotto a Duccio, da Pierino della Francesca a Pierino Del Vaga, da Lorenzetti al Beato Angelico, da Filippo Lippi al Veronese al Tintoretto, da Andrea del Sarto al Bellini. Ogni Annunciazione ha una propria Maria, intesa nei più vari stili: modesta, sfranta, sorpresa, raccolta, intimidita, entusiasta, orante, regale, accovacciata. L’istante dell’annuncio da parte dell’angelo (trattato in ogni contesto, dalla reggia barocca alla capanna) è emblematico. La storia dell’arte, nei più diversi passaggi, è da qui che fa tappa. E non a caso un intellettuale francese, Daniel Arasse, ha scritto un colto libro avvicinando l’Annunciazione all’invenzione della prospettiva: che l’angelo, venendo dal cielo dentro quattro mura, non potè non spaccare la parete. E dunque ogni Annunciazione ha al centro una porta spalancata ai giardini, ai colli, all’universo, insomma all’Oltre terreno e non. E la prospettiva raggiunge così l’infinito.
Questa di Mitoraj che occuperà la lunetta di Sant’Agostino (popolo permettendo) è una Maria bellissima, tutta greca, capelli, veste, linea del naso e delle labbra. Tiene però gli occhi chiusi, perché con l’annuncio gli viene la visione, da Mitoraj ben descritta, della croce che inchioderà suo figlio al destino di morte e di resurrezione. Insomma natività e dramma, amore e sangue. Non è un ascolto facile quello della donna palestinese: deve accettare un destino, il tempo che viene e che ha in sé l'inizio e la fine. «Il tempo – mi dice Mitoraj – è un grande scultore. Io amo che sulle mie statue si posi l’ombra dei giorni, lo sfregarsi dell’acqua piovana, le umidità delle brine, la peluria delle erbe portate dal vento e dagli uccelli. Così anche le sculture vivono».
Vivrà nella lunetta di Sant’Agostino l’Annunciazione che in questi giorni i pietrasantini tanto discutono? Se vince la ragione sì. Se vince l'altro partito vuol dire che la gente andrà a vederla da un’altra parte perché ormai l’opera è fatta. E merita tantissimo d'essere vista e applaudita. Credo che Pietrasanta non perda l’occasione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
