Attenzione
Infermieri? 700, ma nei reparti mancano
Malattie, maternità, permessi per la 104: e in ospedale si fatica. Venè (blocco operatorio): «Dovrebbero essere sostituiti»
VIAREGGIO. Sono la squadra più numerosa, i muscoli guizzanti dell’ospedale Versilia. Settecento infermieri, più 300 operatori socio-sanitari, rimpolpano l’organico attuale dell’Azienda sanitaria 12. Eppure, andando a scrutare tra le corsie, quelli impegnati in reparto ogni giorno sono un numero inferiore. Quanto di preciso, non è dato sapere.
Il motivo? Malattie, infortuni, gravidanze. E i famosi permessi per la legge 104, cioè coloro che assistono un parente stretto - coniuge, genitore o figlio - con disabilità. Lavoratori che hanno diritto a tre giorni (retribuiti) di permesso al mese. «Tutte queste situazioni - spiega Alessandro Venè, infermiere del blocco operatorio e rappresentante sindacale del Nursind - comportano una presenza inferiore in corsia rispetto al numero complessivo dei dipendenti in organico. E a quel punto scattano le difficoltà». Ad esempio in psichiatria, secondo la Cgil, fare i turni di notte è diventato quasi impossibile. Idem altrove. Anche se è difficile sostenere - come fanno i sindacati - che la risposta sia solo nell’assumere nuovo personale: non ci sono i soldi. Nemmeno per le sostituzioni.
Ma perché il Nursind - peraltro con senso della trasparenza - fotografa questa situazione? «Non ci è piaciuto il congedo dell’ex direttore generale Giancarlo Sassoli sui quotidiani - dice Venè - È stato bravo a tenere i conti a posto, ma quando dice che i dipendenti devono essere flessibili e non preoccuparsi troppo delle loro mansioni gli diciamo: in questi 10 anni non sono mai pervenute all’Asl denunce di demansionamento da parte del personale infermieristico, che in più occasioni si è trovato e si troverà a svolgere attività non sempre di sua competenza, diventando in alcune realtà routine quotidiana».
«Il nostro - dice Venè - è un lavoro di notti passate insonni, in piedi tra un paziente che sta male ed un altro, di festività negate alla propria famiglia , passate al lavoro come Natali, Capodanni, epifanie, carnevali, Pasque, ferragosti; di insulti, di aggressioni, di infortuni che ti fanno stare alcuni mesi con il fiato in sospeso, di mani sporche di feci e di sangue, di denunce, di sensi di colpa per non aver potuto fare abbastanza, di legami con pazienti che poi ci vengono strappati via dalla morte, di relazioni con familiari disperati e tanto altro ancora. Possono sembrare cose spiacevoli, ma sono l’essenza di una professione che ci fa sentire utili e consapevoli che possiamo migliorare lo stato di salute di chi soffre. E quando sentiamo che si afferma che c’è bisogno di sanità pubblica, speriamo che non si dica per l’opportunità di identificarsi in uno schieramento politico, ma perché si creda fermamente che la salute sia un bene inalienabile».
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