Sicurezza
Ogni anno 700 coppie sognano un figlio
Il Versilia è sempre più una “fabbrica di bambini”: successo nel 35% dei casi per donne sopra i 38 anni
VIAREGGIO. I messaggini di auguri, con foto o senza, che a Natale, Pasqua, Capodanno tempestano il suo telefonino o riempiono la sua cartella di posta elettronica sono la grande moneta di affetto che la ripaga di tutti i sacrifici che dal 1984, anno della sua laurea in medicina e chirurgia all’Università degli Studi di Perugia, ha sostenuto.
Sono quelli dei tanti bambini e bambine che in questi anni ha aiutato a nascere e che le hanno valso l’appellativo di “angelo delle coppie”, di cui va fiera e per cui ha affrontato anni vissuti di corsa, con la cartella in mano; anni trascorsi in corsie di ospedali, in centri di analisi, in sale di congresso, in aule universitarie; anni di un tempo sempre rincorso in nome di una missione: aiutare le coppie ad avere un figlio e soddisfare il loro desiderio di genitorialità. Lei di figli ne ha tre e sa che cosa significa.
Oggi Maria Elisabetta Coccia, classe 1960, una cascata di capelli castano rossicci su un sorriso rassicurante, è al timone del Centro di riproduzione assistita dell’Ospedale Versilia, quello dove Simone Lenzi, scrittore e cantante livornese, ha ambientato il suo romanzo d’esordio “La generazione” (edizione Dalai), da cui un altro livornese, un po’ più famoso - Paolo Virzì - ha tratto il suo nuovo film presentato venerdì a Roma, lunedì in anteprima nella sua Livorno per approdare giovedì prossimo in tutte le sale cinematografiche italiane dal titolo “Tutti i santi giorni”.
Si stupisce Elisabetta Coccia e si rammarica: «Purtroppo non ne sapevo niente e l’essere sempre così necessariamente concentrata sul mio lavoro, nell’ambito di uno stesso settore, è il mio cruccio più grande. Spesso mi fermo a riflettere sul tempo che corre e mi sfugge, su tutto ciò che non riesco a fare e che mi perdo, ma ho scelto questa strada da sempre, ho fatto tanti sacrifici, mi sono sempre rimboccata le maniche e senza l’aiuto di nessuno, ci tengo a dirlo, sono andata avanti, pagandomi con i soldi guadagnati con tante guardie mediche, i viaggi nei paesi dove si stavano sperimentando tecniche nuove in materia di fecondazione. Sono stata in America, in Svezia. Ricordo, erano gli anni Ottanta, di aver telefonato al mio professore annunciandogli che avevo assistito alla prima fecondazione in vitro con cui si sarebbe poi risolto il problema dell’infertilità maschile».
Un medico cresciuto sul campo: lei, oggi punto di riferimento in Italia del settore, le tecniche oggi praticate nei vari centri di procreazione assistita le ha viste nascere, perfezionarsi anno dopo anno e definirsi, non è solo un’utilizzatrice delle varie Fivet o Icsi, ma un’artefice.
Un’esperienza che dal 2010, quando è stata chiamata ad assumerne la responsabilità scientifica, ha messo a disposizione del Centro versiliese - nato nel 2003 e classificato centro d’eccellenza in Toscana nel gennaio 2012 che conta otto medici, cinque biologi e dieci infermieri - e delle sei-settecento coppie che ogni anno si affidano a lei per realizzare il loro grande sogno di avere un figlio. Dal 2003 ad oggi i numeri parlano di quasi settemila accessi.
«Il nostro è da gennaio scorso il Centro di riferimento in Toscana e non solo. Come dimostrano i numeri abbiamo utenti interni, ovvero della nostra Usl, ma sono alte le percentuali di coppie che arrivano da fuori Asl o addirittura da fuori regione ».
Al Versilia infatti vengono effettuate tutte le tecniche previste dalla legge 40/2004, quelle di primo livello, ovvero per inseminazione corporea (la cosiddetta Fivet), e quelle di secondo livello , ovvero la fecondazione in vitro effettuata in laboratorio: l’Icsi.
«Al Versilia - ci tiene a dirlo la professoressa Coccia - siamo più bravi in quelle di secondo livello, siamo una positiva “fabbrica di bambini».
E i dati lo confermano: il 35% circa dei tentativi da parte di donne con età superiore ai 38 anni ha avuto un esito positivo. Certo è che il risultato è condizionato da molti fattori, in primo luogo l’età.
«Non mi stancherò mai di ripetere - continua la prof - che la procreazione medicalmente assistita (Pma) non va contro natura. L’età è quella naturale ed è determinante. Dopo i 40 anni, l’orologio biologico delle donne va a scandire, minuto per minuto, la riduzione della nostra potenzialità riproduttiva. Spesso la coppia che oggi progetta di avere un figlio e si mette all’opera è già troppo vecchia. Io dico sempre anche alle mie allieve all’università di non aspettare troppo». Non ha quindi una buona opinione sulle cosiddette “nonne-mamme”, anche se vip : «I figli vanno fatti tra i 20 e i 30 anni, ed è questo un messaggio che i media, in un’ottica di educazione alla salute, dovrebbero supportare, piuttosto che tempestarci di immagini di cinquantenni che per soddisfare esclusivamente il loro egoismo fanno un figlio grazie alla fecondazione eterologa, che utilizza ovuli di donatrici giovani».
Non entra nel dettaglio della legge 40/2004 e della fuga all’estero per bypassare i divieti proprio in tema di fecondazione eterologa, ma mette in guardia sui costi e sui rischi.
«Purtroppo - commenta - il nostro Paese non facilita altri percorsi nel sociale: oggi per procedere ad un’adozione occorrono anche 40 mila euro, senza contare il soggiorno in un paese straniero, le ferie, i permessi dal lavoro e ciò scoraggia le coppie ad intraprendere questa strada».
Sono tante facce di un unico grande problema. «Anche accedere al percorso di procreazione assistita ha dei costi: nel 2000 la Regione Toscana fu la prima a livello nazionale ad offrire un percorso in ambito del servizio nazionale assistito per evitare il ricorso ai privati dove per un ciclo si possono spendere dai 3 agli 8 mila euro. Oggi purtroppo la Regione ha inserito un tickettone di 500 euro a ciclo, non se ne possono fare più di tre e il quarto costa 1870 euro. Anche questo purtroppo, unito ai problemi del lavoro, fa sì che tante coppie rinuncino al loro sogno».
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