Il Tirreno

Versilia

Morì d’amianto, giustizia dopo 13 anni

di Donatella Francesconi
Morì d’amianto, giustizia dopo 13 anni

Paolo Bertolucci, operaio Amag, fu stroncato a soli 54 anni dal mesotelioma. Ai parenti andranno circa 850mila euro

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VIAREGGIO. Ventisei anni chino a posare i tubi del gas, a contatto continuo con le fibre di amiantoVentisei anni di lavoro all’Amag, azienda municipalizzata che si è poi scissa in Sea Gas (oggi Toscana energia) e Viareggio Patrimonio. Quando Paolo Bertolucci muore, a febbraio del 1999, ha avuto appena il tempo di accorgersi della malattia: in un anno e mezzo il mesotelioma pleurico se l’è portato via a 54 anni. Oggi, 13 anni dopo, la sentenza della Corte di appello di Firenze che condanna gli allora dirigenti di Amag - Vittorio Orlandi (capo dei servizi tecnici), Amedeo Angeli (direttore e legale rappresentante di Amag dal 1977 al 2000), Ferdinando Cammarota (capo servizio lavori) e Fabrizio Lombardi (direttore e legale rappresentante di Amag dal 1964 al 1977) - oltre che Toscana energia e Viareggio Patrimonio a rifondere a moglie e figli di Bertolucci 680 mila euro, rivalutati alla morte del familiare, con gli interessi. Per un cifra che l’avvocato Paolo Iacono, il legale della famiglia dell’operaio, calcola prudenzialmente intorno agli 850mila euro circa. oltre alle spese legali.

Tredici anni. E quattro gradi di giudizio. Nel 2006 il Tribunale di Viareggio dichiarò i quattro dirigenti di Amag colpevoli, insieme alle aziende che nel frattempo erano diventate due, di aver cagionato per colpa la morte del dipendente. Gli imputati - scrisse il giudice nella sentenza sul procedimento penale avviato dai familiari dell’uomo - avevano omesso di «adottare tutti i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, necessari per contenere l’esposizione all’amianto», ma anche di «curare la fornitura e l’effettivo impiego di idonei mezzi di protezione personale, di sottoporre il lavoratore ad adeguato controllo sanitario, di informarlo circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e circa le misure per ovviare a tali rischi». Le operazioni di manutenzione delle condutture in cemento amianto, cui Bertolucci era addetto, non solo sprigionavano fibre di amianto, ma - sottolineò il giudice - «avvenivano in ambiente ristretto, cioé in una fossa più o meno profonda e quindi la dispersione delle polveri era necessariamente più lenta e difficile». Quanto a proteggersi, non c’erano che «acqua o stracci imbevuti d’acqua...».

Gli imputati - racconta Paolo Iacono - fecero ricorso. E la Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 29 settembre 2008, li assolse motivando la decisione con la formula “il fatto non costituisce reato”. Motivando la decisione con il fatto che i quattro erano dirigenti d’azienda «e non scienziati o studiosi della materia, e come tali estranei non solo alla comunità scientifica ma anche privi, senza possibilità di rimprovero a causa di ciò, delle già minori conoscenza esigibili da parte di soggetti esercenti la professione medica in forma specialistica».

La famiglia di Paolo Bertolucci, sempre assistita dall’avvocato Paolo Iacono (studio associato Vannucci Zauli) decise di non arrendersi e presentò ricorso in Cassazione. Il primo aprile 2011 la Suprema Corte accolse il ricorso, annullando la sentenza impugnata limitatamente agli effetti civili «con rinvio al giudice civile competente per valore in grado d’appello». La Cassazione non usa mezzi termini: «Si pensi a quali conseguenze si potrebbe pervenire, ove si confermasse un principio quale quello affermato dalla Corte di merito: chiunque, anche se inesperto e incapace, potrebbe svolgere un’attività che comporta rischi di eventi dannosi e che richiede, per il suo svolgimento, conoscenze tecniche o scientifiche adducendo la sua ignoranza nel caso in cui questi effetti dannosi si verifichino».

In questi giorni la Corte d’appello di Firenze, seconda sezione, composta da Alessandro Turco (presidente), Emanuele Rivello e Alessandro Nencini (consiglieri) è tornata a dare ragione alla signora Rosaria Giannoni e ai suoi figli, Massimo e Alessia, rimasti troppo presto orfani di padre. «La sentenza della Suprema Corte - si legge nel provvedimento preso - rende incontestabile, sia pure ai soli meri fini civili, la colpevolezza di tutti e quattro gli imputati in ordine al reato di omicidio colposo in dallo al lavoratore Paolo Bertolucci». La Cassazione ha infatti «osservato che il giudizio espresso dalla Corte di appello di Firenze, relativo alla mancanza di colpa da parte degli imputati, era certamente erroneo perché formulato sulla base di erronei criteri» e, dunque, «al colpa de qua doveva, invece, reputarsi esistente per tutti e quattro gli imputati». Senza se e senza ma.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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