Sicurezza
«La mia azienda uccisa dalla banca»
La storia di Giovanni Coluccini, titolare della Vecchi Sapori chiusa dopo 23 anni: «Il sogno di una vita finito in pochi mesi»
PIETRASANTA. Ventitré anni di pensieri e levatacce, progetti e scadenze, soddisfazioni e conti da fare tornare. Ventitré anni di lavoro e poche ferie. Ma con la consapevolezza di avere fra le mani qualcosa di importante da portare avanti. Poi, un giorno, in una qualche centrale operativa bancaria, si accende una spia luminosa e segnala un “rating alto”, che significa che la tua azienda è considerata a rischio.
«E allora diventi una statistica. Un numero che fa cumulo con altri numeri. L’azienda e le persone che ci lavorano dentro non contano, non esistono più. Sei nelle mani delle banche ed è il peggior destino che ti possa capitare».
Giovanni Coluccini, pietrasantino, 52 anni, titolare della Vecchi Sapori, biscottificio fra i più noti della Toscana, da 2 mesi a questa parte, alla pari dei suoi 7 dipendenti, è senza lavoro. La Vecchi Sapori ha chiuso.
«Impossibile andare avanti». «Abbiamo aperto una procedura fallimentare - dice - era diventato impossibile andare avanti. La crisi economica, il rincaro delle materie prime, i margini di guadagno che calano avevano innescato un processo negativo degenerato nel momento in cui le due banche di nostro riferimento hanno applicato una restrizione di credito. E allora se i tuoi clienti non pagano a scadenza, ma con ritardi comunque non importanti, e la stessa banca non ti anticipa sulla fattura, i margini di manovra diventano risicati. Sei spalle al muro: così, quasi per inerzia, siamo finiti in un incubo e quando ne siamo usciti, se mai ne siamo usciti, la Vecchi Sapori non c’era più».
Finito tutto in 2 mesi. «In 2 mesi le nostre vite sono state stravolte. E oggi non so, anzi non sappiamo, da che parte ricominciare - spiega Coluccini che è entrato nel settore del dolciario 30 anni fa - Nel 1989, ho deciso di provare a fare da solo. Un investimento importante: macchinari, capannone, stipendi da liquidare, ma il progressivo aumento della clientela e del fatturato, mi convinsero della bontà della scelta. Ho sempre creduto nella produzione di qualità, nel rispetto delle persone e dei rapporti, ma è una linea, evidentemente, che non sempre paga».
«Poi, nel 2008, come molte altre aziende – prosegue Coluccini - siamo stati colpiti dalla crisi economica, per 2 anni abbiamo lavorato senza margini di guadagno. Nonostante questo il fatturato, nel 2011, era in crescita del 14% e operando tagli e abbattimento di costi contavamo di arrivare al pareggio già nel prossimo anno. Fra l’altro - prosegue Coluccini - l'esposizione bancaria era di 30-40 mila euro, poca roba per chi fattura una media di 900mila euro l’anno. Venuto però meno l'utile aziendale, una delle due banche ha cominciato ad applicare un restringimento del credito e il giorno in cui un nostro cliente estero non ha pagato a scadenza la fattura che ci doveva, quella stessa banca non ci ha anticipato la somma, come prassi in questi casi. Da lì al congelamento del conto è stato un attimo. A quel punto entri in un meccanismo surreale: la centrale dei rischi evidenzia che hai un debito e di conseguenza anche le altre banche, come poi è accaduto con un secondo istituto con cui operavano, ti possono bloccare dall’oggi al domani sempre il tuo conto. E allora cerchi di dimostrare che la tua è una situazione solida, che anche se non hai beni da dare in garanzia, il fatturato cresce, che lavori, che in un anno sarai a posto con i conti e che l'esposizione è minima. Tutto inutile. Chi hai davanti a te, non ha potere decisionale, c’è una spia luminosa che ha attestato che sei un’anomalia pericolosa per il sistema e quella anomalia va rimossa. E così è stato».
«Io sconfitto, ma anche gli altri». Per evitare il fallimento e tutelare il mio lavoro ed i miei dipendenti - prosegue Coluccini - ho tentato di vendere l’azienda, ma questo è un mondo di lupi ed approfittatori e alla fine ho desistito, ho detto basta. Ho perso io, hanno perso i miei dipendenti, ma ha perso anche la banca che dispone della tua vita e ti strangola solo perché un sistema ti ha certificato come soggetto a rischio. Anche se non lo sei, anche se hai tutto per riequilibrare i tuoi conti e ripartire. Ma la mia è una storia come mille altre che caratterizzano questo difficile periodo:-sottolinea Coluccini: un’ordinaria follia che ti costringe a dire basta, a rinunciare al sogno di una vita, anche se la dignità e la consapevolezza di essere una persona onesta e dedita al lavoro, nessuno me li potrà mai togliere».
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