Il festival vive a dispetto dei viareggini
Ma anche dei torrelaghesi: la frazione è chiusa anche nelle sere delle recite
Sabato sera a Torre del Lago è avvenuto un evento: per la prima volta in cento anni lì sulla riva di Giacomo Puccini è approdato Giuseppe Verdi con “La Traviata”.
Dopo tante Mimì e Butterfly a straziare animi ed orecchie sarà la più grande escort del teatro lirico ottocentesco, quella “signora delle camelie” che seppe, col suo dramma di mantenuta lasciva e potente, ammaliare i parigini eppoi il buon Giuseppe di Busseto che conviveva, a quei tempi, con un'amante, la Strepponi, e siccome i concittadini non gliela perdonavano, lui gliela mise in musica, un omaggio insomma alle donne che si vendono ma per amore si riscattano, soffrono e muoiono.
Torre del lago anche quest'anno è un'isola triste e fantastica.
Triste perché, nonostante il Festival, è malservita, poco frequentata, scartata dai vacanzieri sdruciti, fantastica perché quando la luna si specchia sul lago e si odono le note del Giacomo, signore lucchese da Viareggio incantato, corrono brividi sulla schiena; anche quando le opere hanno pessime regie, anche quando la crisi finanziaria costringe a mostrare scenografie fruste, anche quando si è costretti al miracolo di qualche buona voce che ancora, nonostante l'industria della canzonetta, circola sulla ribalta del teatro pesante.
Giuseppe Ferrazza, presidente della Fondazione del festival, gentiluomo romano accorto, pratico, abilissimo, mi dice: «In poco tempo, senzatroppi soldi abbiamo messo su un Festival di buon livello».
Ferrazza è presidente da poco. Segue una serie di autorità locali, alcune abili, alcune stonate e incapaci.
L'hanno messo a salvare una situazione disperata perché i costi lievitano e gli incassi (di contributi pubblici) languono. Lui è un antico navigatore. Lo ricordo in tutti i passaggi del Ministero dello Spettacolo: li ha percorsi come gli stantii labirinti della burocrazia e con il lume della ragione, uomo paziente e serafico, un gattone, ha saputo trovare anche per Torre del Lago dei soldi inaspettati. Chapeau! Ma il vero problema del Festival (che è struttura oltre che leggiadre romanze) sono i viareggini e sono i politici.
Franco Moretti, direttore da anni, dice: «Facciamo il confronto con Pesaro. Lì per Rossini trovano un fronte unito, tutte le Marche, a sostenere la lirica. Qua i politici ci abbandonano».
Adesso l’ex sindaco Lunardini ha promesso di stanziare un milione.
Speranza? Illusione? Certezza? Intanto le Tosca infervorate e poppute gridano e pugnalano, le Turandot mozzano teste come nei film di Tarantino, le Fanciulle del West sparacchiano. Ma se i quattrini non arrivano? Prosegue Moretti, che da tempo è divenuto discesista da slalom a rottadicollo, tra conti, fornitori, pretese: «Ogni sera di spettacolo ha una spesa di ottantamila euro. Ogni sera ne incassa in media dai cento ai centoventimila. Quindi il Festival guadagna. Il pubblico c'è. Ma per Puccini si dovrebbe fare di più: cantanti, orchestre, regie. Ma dov'è il sostegno dei poteri pubblici?».
Non c'è il sostegno. O c'è ed è scarso. Eppoi la città, la Versilia, collaborano poco. Il pubblico sono tanti inglesi, tedeschi. , qualche russo. I viareggini disdegnano.
Non vanno a teatro come vanno, che sò, al festival Gaber (degnissimo!). E nessuna signora bene si è preparata i riccioli per “Traviata”. In altri luoghi questo si fa: per settimane ci si prepara, abiti e capigliature, alla “prima”. Qui al massimo ci si veste con le organzine del mercatino del giovedì, si trascura l'opera. Colpa dei prezzi? I prezzi, è vero, non sono bassi ma Puccini dovrebbe divorare la passione.
Una volta sartine, calzolai, calafati, muratori viareggini cantavano le opere a memoria.
Adesso hanno le orecchie appiccicate alle cuffie per cosa? L'età media degli spettacoli è altissima e pochi si dedicano all'educazione musicale dei rampolli. Un popolo che disdegna la musica, come l'arte, è una massa di barbari. Il degrado della città sorge sul degrado delle coscienze.
Il degrado, certo, porta bilanci in rosso. Il Festival, lasciato solo dal Comune (a parte l'ultima trovata di Lunardini), è costretto anche a pagarsi la casa dove lavora.
Dice Moretti: «Il teatro costò otto milioni. Il Pucciniano ne ebbe per un milione e sei dalla Provincia, per due milioni e quattro dalla Regione. Il Comune doveva quattro milioni e non li stanziò mai, così il Festival ogni anno tra mutui ed interessi deve farsi carico di settecentomila euro di uscite fisse».
Il teatro (progetto Insolera realizzato dalla coppia viareggina Allegretti-Raffaelli) è un “legnone” messo su in fretta sulla riva dove Puccini s'imbarcava per cacciare le folaghe. Ha pregi e tantissimi difetti. Sta in un'area pregiata della natura ma ha un'acustica pessima.
E' un colpo all'occhio naturalistico, però il pubblico passa sopra palafitte che odorano di muschio e miasmi, viste le tante discariche che assassinano il lago.
Il “legnone” pitturato in azzurro piace e non piace. Però c'è. Adesso non è questo il problema.
Il problema, a parte i soldi, a parte il disinteresse pubblico, secondo me sono anche le regie, le messeinscena, il cast e la direzione dell'orchestra.
Non bastano nomi altisonanti (che poi non ci sono più), occorrono anche le idee, occorrono revisioni critiche, accorta filologia, invenzioni. Non fa scena il primo sasso d'artista celebrato a Pietrasanta.
Non si costringe Tosca a cantare stesa per terra (col diaframma semichiuso), oscurandola poi con riflessi bianco-neri quando Roma dovrebbe starle attorno coi trionfi di barocco, con pinnacoli rosati, con lampi e bagliori caldi, sensuali, magici.
La Butterfly poi, sere fa, sembrava la Duse. Vi fossero state in scena delle tende vi si sarebbe attorcigliata gemendo. In questo bailamme (e s'è anche corso il rischio di fermare il Festival per sempre), è approdata ora “La Traviata”.
E' una sinergia fra varie istituzioni regionali. Vi sono di mezzo il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Verdi di Pisa, il Teatro Goldoni di Livorno, il progetto “Opera futura” della Regione Toscana, la Fondazione Puccini.
E' un'impresa positiva, uno sforzo comune di varie aziende che sanno fare spettacolo e vi credono. Ma è già una sfida coraggiosa, audace, mettere a confronto Verdi e Puccini, il compositore unico del nostro Risorgimento nazionale (con tanti fiati, ottoni, chiassi) e il compositore delicato delle nostre nevrosi novecentesche (con tanti violini e struggimenti bassi). Due giganti.
Due glorie, una delle quali, Puccini, fu viareggino onorario e d'abitazione. E che, grazie al Festival, oggi raggiunge Macao (con Tosca), la Cina (con Turandot), le Americhe (con la Fanciulla del West), la Russia e l'Australia.
Faranno meglio le signore a ricciolarsi, i signori a stirare le giacche. “La Traviata” è stata una buona serata. A Torre del lago già passarono Mascagni (che diresse un'opera) e Leoncavallo. Verdi mai. Se fosse vivo lui, ch'era fumatore accanito, gli potrebbe tuttavia accadere ciò che è accaduto a me sere fa, di dover comprare delle sigarette alle nove di sera e d'esser costretto a raggiungere quasi Viareggio. Dopo le otto a Torre del Lago c'è il coprifuoco. Non si fuma, non si mangia, non si fa festa. Fuori i colpevoli!
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