Sicurezza
«Alcolici, 160 euro per stare tranquilli»
Locali a rischio multe se non hanno la licenza Utif: le Dogane invitano ad autodenunciarsi e a pagare la mini-sanzione
VIAREGGIO. Chi sta per aprire un locale in cui vendere (anche) bevande alcoliche e superalcoliche, faccia la richiesta almeno due mesi prima dell’inaugurazione. Chiedere la licenza Utif non costa nulla, salvo la marca da bollo.
Chi invece un’attività (bar o ristorante) già ce l’ha, ma è sprovvisto della licenza, secondo l’Agenzia delle Dogane ha una sola cosa da fare: andare negli uffici in via Pilo e autodenunciarsi. Pagando una sanzione ridotta di 160 euro - cioè un terzo della multa minima di 500 euro - ci si mette a posto.
Ennesimo balzello. Questo balzello, perché è difficile definirlo in maniera diversa, ha scatenato il panico tra i commercianti e i ristoratori.
Dopo la notizia pubblicata dal Tirreno sulla multa al ristorante dopo il controllo delle Dogane, in tanti hanno telefonato agli uffici dell’Agenzia e al Comune per avere dei chiarimenti. Soprattutto sulla natura di questa licenza Utif, sconosciuta fino a pochi giorni fa e oggi - secondo uffici statali e associazioni di categoria - «assolutamente necessaria» per vendere prodotti alcolici.
Ebbene, a detta di una nota di Confesercenti - che pubblichiamo qui a fianco - la norma c’era da tempo, ma i controlli non sono mai stati fatti. Le prime ispezioni, con minacce di multe anche di migliaia di euro, sono partite in questi giorni. E, per evitare possibili salassi, si invitano i controllati a mettersi a posto con un’autodenuncia che però non è gratuita. Proprio perché tiene conto che per anni si è operato in violazione della legge. Sì, una legge del 1995 che esiste, ma non è mai stata applicata.
«Comune estraneo». Ma soprattutto, è lecito chiedersi a cosa serva questa licenza. L’ufficio delle Dogane in città dice che della questione se ne occupa Pisa, che è la sede di riferimento. A Pisa, però, il telefono squilla a vuoto.
Secondo Angelo Bertolucci, dirigente dello sportello Attività produttive del Comune, «si tratta di un documento fiscale, che nulla a che vedere con le autorizzazioni che lasciavamo noi. Già, lasciavamo, perché non lo facciamo più».
Viene allora da chiedersi perché i commercianti, che già devono barcamenarsi tra carte bollate e autorizzazioni di ogni genere, debbano rendere conto all’ennesimo ente di un’autorizzazione che, al limite, potrebbe essere concepibile per motivi sanitari o di sicurezza. Non a scopo fiscale.
Chi riguarda. Bar, ristoranti e pare anche gli stabilimenti balneari. Ma non solo.
Secondo le associazioni di categoria, il ministero delle Finanze pretende la licenza Utif pure da «coloro che effettuano la somministrazione di bevande negli spacci interni, nelle mense aziendali e in altri locali non aperti al pubblico, in quanto esercenti attività di vendita». E poi ci sono le profumerie... Insomma: a sentire le prime indicazioni, pare che ci rientrino decine di attività. A tal proposito abbiamo interpellato anche qualche commercialista, che - dopo essersi informato - ha dei dubbi sulla legittimità dell’interpretazione così allargata delle Dogane.
«Com’è possibile - si chiede il titolare di un bar di Viareggio, che è stato invitato a pagare la mini-sanzione - che in Italia ogni giorno qualche ufficio pubblico si sveglia e chiede l’autorizzazione x per la norma z, e chi non ce l’ha si becca una multa salata? È come se volessero ogni volta cavare sangue dalle rape. E noi, il sangue, non ce l’abbiamo più».
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