Finanza
Sentenza Zefi, donne indignate
La lettera della senatrice Granaiola (Pd) alla famiglia della giovane madre uccisa
VIAREGGIO. «Un omicidio è sempre un atto drammatico e brutale; ma quando è commesso dal marito nei confronti della madre dei propri figli e soprattutto con le modalità che sono emerse dalla narrazione dei fatti mi sembra molto difficile non poter parlare di brutalità». Manuela Granaiola, nelle scorse settimane, ha scritto così alla madre di Rajomda Zefi, uccisa dal marito Francesco Quinci. Nei giorni scorsi sono state rese note le motivazioni della sentenza che ha escluso l’aggravante della crudeltà a carico dell’uomo: «Sul piano umano - continua le lettera - comprendo tutto il suo rinnovato dolore; qualunque sia il disposto della sentenza, l'omicidio di sua figlia è stato un atto crudele e brutale. Una violenza che in misura diversa, ma ancora troppo spesso, colpisce le donne, in quanto donne. Cara signora, le rinnovo tutto il mio affetto e tutta la mia vicinanza in questo momento di rinnovato dolore».
Una volta apprese dal “Tirreno” le argomentazioni con il quale il giudice Giuseppe Pezzuti ha eslcuso l’aggravante, Granaiola commenta: Se il giudice si "sorprende" della richiesta dell'aggravante per crudeltà richiesta dal pm e dall'avvocato di parte civile, posso farmi portavoce anche io della "sorpresa" di tante donne e di tante madri che non capiscono come possa non essere stata concessa tale aggravante. Cara Giustizia Italiana, che cosa deve fare un omicida nel nostro paese per far scattare l'aggravante dell'azione compita con crudeltà, quando non è sufficiente uccidere una donna strozzandola dopo averla più volte brutalmente picchiata e poi averne gettato il corpo in una scarpata nel tentativo di occultare il fatto? Davvero si può pensare che tutto veniva compiuto senza la "volontà di provocare dolore"? È sufficiente la giustificazione - si fa per dire - che l'omicidio sia stato commesso in un impeto di gelosia? Si deve forse tornare a parlare di "divorzio all'Italiana", sempre deciso (commesso) dal coniuge forte, cancellando d'un botto anni ed anni di civiltà giuridica? Può un "rapporto deteriorato" giustificare violenze, soprusi e perfino l'omicidio di un essere umano? Quale cultura civile e giuridica può ancora avere ombre o dubbi a riguardo? Cara Giustizia Italiana mi pare che nel caso dell'omicidio di Rajmonda Zefi ci si trovi di fronte a troppi e drammatici interrogativi che non trovano risposte adeguate e convincenti e perciò offendono la dignità ed i sentimenti di tutte le donne italiane.
Credo che il Codice di procedura penale contenga molte norme che hanno bisogno di essere riformate se consente di rigettare l'aggravante per il massacro di una donna che ha "osato" desiderare la libertà.
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