Il Tirreno

Versilia

Strozzata e picchiata: senza crudeltà...

di Donatella Francesconi
Strozzata e picchiata: senza crudeltà...

Le motivazioni della sentenza sull’omicidio di Rajmonda Zefi da parte del marito. La condanna ha fatto discutere

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VIAREGGIO. Strozza la giovane moglie che ha riempito di botte, occulta il cadavere gettandolo nella scarpata in un bosco, cerca in tutti i modi di nascondere l’omicidio compiuto. Ma il giudice si «sorprende» del fatto che pubblico ministero e difesa di parte civile chiedano l’aggravante della’azione compita con crudeltà (articolo 61, numero 4 del codice penale). Lo si legge nelle motivazioni delle sentenza con la quale Giuseppe Pezzuti ha condannato a 18 anni e 8 mesi Francesco Antonio Quinci, per il quale il pm Sara Polino aveva chiesto l’ergastolo. In relazione all’omicidio della moglie, Rajmonda Zefi, l’ultimo giorno del 2010.

«Il giudice ritiene che debba essere esclusa la contestata circostanza aggravante», si legge nelle motivazioni della sentenza: «Invero sorprende - scrive Giuseppe Pezzuti - sia la contestazione, peraltro meramente formale, di questa aggravante ne capo di imputazione, sia la particolare attenzione mostrata a questo aspetto in sede di discussione del pubblico ministero e dalla difesa della parte civile». Difesa affidata all’avvocato Riccardo Carloni, che questa causa si è particolarmente preso a cuore.

Pezzuti, nell’esaminare l’imputazione formulata dalla Procura, usa la matita blu ed insiste: «Se si tolgono i meriti riferimenti alle condotte integrative dei reati (“cagionava la morte... per strangolamento e ne occultava il cadavere gettandolo in una scarpata) gli elementi di fatto integranti la circostanza dovrebbero desumersi dalle generica indicazione che lo strangolamento fu preceduto da lesioni. Ed è veramente molto poco».

Riccardo Carloni segue con l’evidenziatore, riga dopo riga, le motivazioni del giudice. Nel fascicolo sul suo tavolo le foto del cadavere delle giovane madre. Ed il rapporto del medico legale, Stefano Pierotti, che scrive: «Le lesioni ecchimotiche ed escoriative osservate alla volta cranica ed al volto, così come la frattura delle ossa nasali rimandano a violente azioni contusive (in numero non precisabile ma sicuramente non meno di 3-4), messe in atto con un mezzo contundente smusso, quale può essere la mano chiusa a pugno».

Presa a pugni, strozzata, ma non solo. Perché - sottolinea l’avvocato Carloni - sul volto di Rajmonda c’era anche il segno di una scarpa. Tanto che il medico legale continua: «A livello della guancia sinistra era riconoscibile un aspetto vagamente figurato, non potendosi escludere che ciò fosse riconducibile ad una calzatura». La giovane donna è morta - conclude il medico legale - per «un’asfissia meccanica prodotta tramite strozzamento», portando addosso lesioni inequivocabilmente «dimostrative di una violenta e reiterata azione contusiva con l’azione di un mezzo contundente».

Un quadro che, secondo Pezzuti, non è configurabile come «volontà di provocare dolore». Per non parlare del fatto che il cadavere è stato occultato, gettato in un bosco come un rifiuto: «Eventuali atti di crudeltà compiuti contro le spoglie - si legge nella sentenza - possono integrare un reato diverso, ma non la circostanza in questione».

Insomma, «in sostanza l’aggravante ricorre allorquando vengano inflitte alla vittima delle sofferenze che esulano dal normale processo di causazione dell’evento (...) perché proprio la gratuità dei patimenti cagionati rende particolarmente riprorevole la condotta del reo». Come dire che essere presi a pugni e scarpate in testa ed in faccia mentre si viene strozzati è “normale” azione omicida...

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