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Versilia

L’avvocato della famiglia: è stata massacrata

L’avvocato della famiglia: è stata massacrata

Riccardo Carloni ha assistito genitori e fratelli della giovane albanese che voleva separarsi

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VIAREGGIO. Riccardo Carloni è l’avvocato della famiglia di Rajmonda Zefi, la giovane madre albanese uccisa dal marito nell’ultimo giorno del 2010. Oltre ai figli, Rajmonda ha lasciato i genitori ed i fratelli. Impossibile non ricordare, nel gennaio dello scorso anno, la chiesa di San Paolino gremita, il corteo funebre con la bara portata in spalla per le strade della città, in quell’Italia che a Rajmonda e alla sua famiglia avrebbe dovuto assicurare un futuro migliore e di speranza. Carloni non ha avuto esitazioni, nel suo ruolo di legale di parte civile: «Rajmonda Zefi è stata massacrata». Lo ha scritto, detto e ripetuto durante tutto il processo. Tanto che lo stesso giudice Giuseppe Pezzuti, nel redigere le motivazioni della sentenza con le quali respinge l’aggravante della crudeltà nell’azione omicida che ha portato alla morte della donna, sottolinea: «Secondo la difesa della parte civile, la donna sarebbe stata addirittura “massacrata”».

Carloni fa scorrere le foto del cadavere allegate al fascicolo. Guardandole è davvero difficile abbinare le parole della sentenza a quel povero corpo ricoperto di lividi e ferite: «Gli ha spaccato l’epiglottide - spiega furibondo il legale -. E, poi, guarda qui, questo segno nella zona della clavicola: è quello di un ginocchio, servito a tenerla ferma dopo averla atterrata...». Come scrive il medico legale nel suo rapporto: «La fase di strozzamento potrebbe essersi svolta anche con il soggetto già atterrato...».

Una circostanza che il giudice definisce come «una mera ipotesi». O forse qualcosa di più, visto che lo stesso Pezzuti nel continuare nell’estensione delle motivazioni della sentenza scrive: «In sostanza, attenendosi a ciò che è emerso in maniera certa, appare provato che il Quinci, litigando con la Zefi, la colpì con 3 o 4 pugni al volto, mentre verosimilmente questa era in posizione eretta e poi la strozzò forse dopo che era caduta».

Nel rigettare l’aggravante di crudeltà (articolo 61, numero 4 del codice penale) Pezzuti scrive: «Ragionevolmente l’azione violenta che precede la costrizione del collo fu di breve durata. E le contestuali invocazioni di aiuto della vittima in sostanza nulla furono se non delle mere richieste di non essere colpita».

Ci vollero giorni prima che Francesco Quinci crollasse, smentendo le tesi sostenute per giorni: prima l’allontamento volontario della moglie, poi la caduta accidentale dalle scale durante l’ennesimo litigio. Rajmonda Zefi, infatti, poco prima di essere uccisa si era rivolta ad uno studio legale per avviare la pratica di separazione dal marito, denunciando «minacce sia verbali che fisiche da parte del coniuge».

Rajmonda, come troppe donne in Italia, ha pagato con la vita quello che nelle motivazioni della sentenza viene chiamato «desiderio di libertà». (d.f.)

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