Il Tirreno

Versilia

Ho conosciuto Picasso ma anche i vini d’Apuania

di Adolfo Lippi
Ho conosciuto Picasso ma anche i vini d’Apuania

Arturo racconta una lunga vita vissuta fra Parigi e le Apuane di marmo Ha ottantotto anni ed è tornato a vivere nella sua terra d’origine: Lucca

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di ADOLFO LIPPI

C'è una Versilia ferma, immutabile, icona di letterati e poeti antichi, c'è una Versilia dinamica, sensuale, succosa di incontri e possibilità, ed è la Versilia che mi racconta Arturo Carmassi, lucchese, ottantottenne, spirito anarchico e giramondo.

Uno che ha battibeccato con Pablo Picasso a Parigi, con Casorati e De Chirico e Fontana a Milano, che è stato a braccetto con Ungaretti sulle scale di Piazza di Spagna a Roma, commensale fisso di Palazzo dei Medici quando a dirigere l'Accademia di Parigi c'era Jean Marie Drot, fraterno di De Gaulle e Malraux.

Carmassi è nelle enciclopedie.

Pittore, scultore, surrealista, post cubista, informale, è stato alle Biennali di Venezia, ha statue e fontane nelle piazze di mezza Francia.

Adesso vive da principe in una fantastica villa a fine Lucchesia, quando già il paesagggio sconfina nel fiorentino. Adesso sta preparando una gigantesca scultura per una rotonda a Carrara, inizio autostrada.«O forse, mi dice argutamente, me la metteranno sulla via Romea, sai com'è, organizzano comitati, mettono le decisioni in mano a professorini di liceo, ogni giorno si cambia posto, occorre tanta pazienza, ma io amo questi luoghi, il marmo, il vento marino; sai chi portò il "Candia" da Creta? Furono marinai apuani. Scorrazzavano il Mediterraneo e da Creta portaron via i vitigni. Li piantarono sulle colline tra Carrara e Massa e ne viene anche oggi quel vino. Che sa di Mediterraneo».Il "Candia" ha una beva fresca, morbida, è leggero e fragrante come le fanciulle omeriche, svolazza quanto Nausicaa. Niente di più diverso dai cavatori, dai minatori che unghiano le rocce apuane; eppure a loro piace così, è una pausa di sogno, una carezza nella giornata dura. Lega le nostre montagne alle spiagge alle insenature della Grecia pagana. Rammenta leggende e minotauri. I minotauri, inquietanti, muscolosi, cannibali, sono i protagonisti di tante opere di Carmassi. Li ha intravisti nel mito, li ha disvelati, li ha ermeneuticamente riletti attraverso Freud, Breton (il padre del surrealismo), Bataille (il padre del demoniaco moderno), li ripropone non come incubi, non come animalità spaventevoli, come agipani dalle gambe caprine, come androgini, come ninfe in una danza ebbra e furibonda che conduce all'estasi, all'incanto.Perciò Carmassi realizza tanti collages. Sono micidiali mescole di fumetti e spartiti musicali. Spaziano frenetici su tele ampie e coloratissime. Danno un senso di vertigine, di fuga, di mobilità continua. Carmassi fuggì da Lucca fin da bimbetto.Gli è morta la mamma nel parto, gli scappa il padre che va in America e non ritorna.Lui vive coi nonni, ferrovieri, anarchici, "goriani" dice, perché seguaci di Pietro Gori, quel gigante dell'avventura politica che infiammò queste terre, commosse anche Viani e Ceccardo e tutti i cavalieri della Repubblica d'Apua.

Carmassi si ritrova a Torino e scoprono che coi pastelli ci sa fare.Così frequenta l'Accademia eppoi anche l'istituto d'arte per la moda. Disegna donne eleganti, femmine prensili. Fa un primo nudo senza nemmeno una modella a posare. Gli insegna. nti lo premiano, lo pungolano; lui va a Milano e si insedia in una casa in via Garibaldi, zona Brera. Sono gli anni del dopoguerra.A Milano regnano Baj, Fontana, sperimenta Manzoni (quello della "cacca d'artista").Sta rinascendo l'industria, sta riprendendo il collezionismo depredato. Si configurano acquirenti quali Emilio Josi, Ghiringhelli. Carmassi vive in un quartiere tra prostitute e suonatori d'accatto. Vende un'opera a trecentomila lire, una fortuna. Ne spende buona metà per una cena con cinquanta polli arrosto, invita tutte le facce da galera. I critici s'accorgono del ragazzo toscano dalla bocca "becera" e dal tocco delicato, raffinatissimo; pare un insieme tra Raffaello e Caravaggio, due all'apparenza inconciliabili. Carmassi è subito un successo. Allora acquista una casa a Bocca di Magra, in Apuania. E qui ospita amanti dell'arte quali Franco Russoli e Raffaele Carrieri, che poi scopriranno Casoli di Camaiore e vi faranno "gloriosa" residenza. E' un primo ritorno, questo sotto le Apuane. Poi l'inquieto Carmassi che, intanto, ha incantato Parigi, ripalpita per la Lucchesia, sua terra madre e vi acquista una stalla che, grazie al tocco dell'amatissima moglie Marisa, diviene un villone-atelier tutto luce pei finestroni, tutto buio per i sottoscala da castello medioevale. Villone che diverrà, si spera, un museo pubblico a Fucecchio.

A Parigi Carmassi ha esplorato il post-surrealismo, s'è imbevuto di zolfo che gli piomba nell'animo coi versi di Baudelaire e Rimbaud, con le prose di Bataille, con la frequentazione di Pierre Klossowski (il fratello di Balthus).

E, dopo tanto scandalo con l'informale, riaffaccia la figura, ma una figura "teatrale" (come gli scrive Klossowski) "e liturgica, anche se di una liturgia ludica". Nella villa lucchese, dove m'accompagnano il curioso e vitalissimo artista Giovanni Raffaelli e il fotografo-reporter Graziano Musetti, Arturo Carmassi mostra trofei: vasi etruschi, teste di Van Gogh e Guttuso che lui stesso ha scolpito, pelli di leone, mandibole d'elefante. Sono una scenografia talismanica, trasmettono messaggi da vecchie età, sono un continuo vudù che s'innesta nel polline, nella bambagia bianca e piumosa, della territorialità profonda della Lucchesia. Che è celtica.

«Lucca, dice Carmassi, è l'unico luogo celtico d'Italia, sicuramente celtica poiché "Luc" vuol dire "terra umida"; poi qui vennero i romani, due consoli, e dopo i romani, durante il basso medioevo i maestri comacini che erano ticinesi. I pisani li importarono dalla Puglia, dove i comacini costruivano il romanico. Dobbiamo a loro, Nicola e Giovanni Pisano, i tesori nel duomo e nel battistero di Pisa».

Ecco, allora, che vuol dire Versilia dinamica: si impastano nel carattere e nei luoghi le reminescenze più disparate.Non vi sono soltanto i "vageri" spagnoleschi di Viani, i piovaschi dannunziani, le bagnanti di Moses Levy. Vi sono tracce di Apui a Luni, di lucchesi e pisani che si legnavano nei paduli per il possesso delle torri, vi sono i Malaspina e i Medici a Pietrasanta. Vi fu Michelangelo. Vi è stato Henry Moore. Hanno suonato e cantato alla "Bussola" voci di ogni oceano. Carmassi, pittore e scultore, è, a 88 anni, il narratore-veggente che celebra e ricompatta le provenienze. Ne estrae un'energia possente che fa ben sperare su ciò che capiterà domani. Scrive Jean Marie Drot, dopo una visita alla villa: « In una bella connivenza virile, vedo Carmassi e il suo amico Minotauro che, in una luce crepuscolare, ballano un tango tanto interminabile quanto immaginario...» Perché temere l'animalità? Perché temere le tenebre, la feroce industrializzazione delle coscienze, i disastri finanziari del quotidiano? Vi saranno sempre artisti che ci ricondurranno alla serenità. Che come il vino di "Candia" ha un sapore celeste.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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