Toscana
Lippi Francesconi, quel flaneur gentile fucilato dai nazisti
La fine del medico: dal carnevale alla direzione del manicomio di Maggiano
VIAREGGIO. Nell'estate del '44, è bene rammentarlo, non erano rose e fiori. C'erano in giro i tedeschi, non i pingui turisti che adesso rosolano al sole; c'era gente in divisa nazista ed il loro passaggio fu, in Lucchesia, dolorosamente segnato.
Lì tra gli olivi e i rosolacci, tra i papaveri e le ginestre, venivano uccisi partigiani e civili, uomini d'armi ed innocenti.
Tra questi, un drammatico racconto disvela la tragedia del professor Guglielmo Lippi Francesconi, direttore del Manicomio di Maggiano, catturato dai nazi-fascisti alla Certosa di Farneta ed ammazzato con un colpo di pistola alla nuca nei pressi del vecchio carcere di Massa, al castello Malaspina.
La sua storia è oggi ricostruita e ripetuta in bello uno studio a cura di Franco Anichini, Bianca Maria Scirè e Giuliano Olivi, pubblicato grazie a qualche sponsor privato. Il libro sarà prossimamente nelle librerie viareggine. Gli autori, lo sanno bene chi lo conosce sono rigorosissimi.
I ricercatori con pazienza ed intelligenza hanno ricostruito una vita, quella di Guglielmo Lippi Francesconi, ricca di suggestioni e spunti: egli amò moltissimo il carnevale viareggino, del quale realizzò il primo manifesto pubblicitario (anno 1925), poi intimamente conobbe il poeta Giovanni Pascoli, ebbe in dedica una ninna nanna da Giacomo Puccini, e fu compagno di Lorenzo Viani quand'egli ebbe bisogno di cure mediche per l'asma e una forte depressione.
Ma ciò che importa, e gli costò la vita, è la sua visione della psichiatria che lo portò a contrasto col Regime, e, di sicuro, gli causò la morte poiché i fascisti di Lucca avevano proprie idee "ideologiche" sui ricoveri in manicomio ed i nazisti, lo si sa ormai bene, intendevano, più che segregare i cosidetti "matti", eliminarli del tutto.
Al che Lippi Francesconi si oppose.
Lui che da giovane era pur stato iscritto al Fascio di Lucca.
In questi giorni a Maggiano è agevole andare. Si ripetono le visite guidate. Illumina il grande esempio di Mario Tobino la cui fondazione gli ha dedicato le faticate stanze. Non è però una visita gradevole.
A me fa l'effetto di un vecchio campo di concentramento dismesso; sono agghiacciantile le mostre delle camicie di forza e degli altri strumenti di contenzione. E' deprimente la condizione degli edifici marcati da tanti dolorosi ricordi e, purtroppo, decaduti per abbandono.
Quando lo visitai con Mario Tobino cicerone era vissuto ed abitato da tanti degenti e dalle storie fantastiche del grande scrittore toscano.
Era un ospedale, era un luogo di cura. L'aveva così voluto proprio Guglielmo Lippi Francesconi che vi svolgeva il compito di direttore. Per lui i "matti" mantenevano integra la propria personalità; non erano cittadini alienati, gregge da tosare e rabbonire.
C'erano sì le celle con le alghe dove i più furiosi battevano la testa contro le pareti, c'erano i letti di vera prigionia. Ma Lippi Francesconi, prima assai che giungessero gli psicofarmaci e le cure chimiche, provava vie moderne, trattamenti dignitosi efficaci.
Lorenzo Viani, che si ricoverò nella vicina Nozzano perché sofferente, andava spesso a trovare l'amico direttore. E disegnò parecchi pazzi. Sono disegni crudi, direi crudeli. Epperò, giustamente si chiese Lippi Francesconi in una presentazione di mostra che gli scrisse: "Il Bello piace a tutti... ma non si può, in arte specialmente, rendersi schiavi della Bellezza... occorre mantenersi sempre più nella serena obbiettività".
E Viani fu obbiettivo, incisivo, realistico. Denunciò la follia con tanta forza. Tant'è che anche adesso, visitando Maggiano, si capisce quanto sia stata importante la Legge Basaglia, sebbene vada completata, organizzata, finanziata nelle comunità di accoglienza. Che fare ora dell'edificio, possente, del vecchio Manicomio adesso che non serve più?
La Provincia di Lucca dovrebbe avere un progetto di trasformazione. E' un peccato, è una colpa lasciarlo trasandare.
L'odore dei tigli, greve, intenso, dolciastro, riporta tuttavia all'estate del '44. I fascisti di Lucca volevano farla pagare a Guglielmo Lippi Francesconi. Lui s'era rifiutato di obbedire a certi loschi individui inseriti nel personale dell'Ospedale.
E soprattutto non voleva obbedire alle leggi naziste, con Hitler che parlava di "morte di grazia".
Cioè di sterminio per gli ammalati di mente.
Così gli suggerirono di scappare e lui si rifugiò nella Certosa di Farneta assieme a due figli piccoli, poiché i tedeschi infierivano anche sui parenti. Un brutto giorno d'estate, lungo come la luce infinita sulle pievi delle colline tra Lucca e Viareggio, i soldati assaltarono la Certosa e portaron via monaci ed ospiti, sessanta.
Li trasportarono a Nocchi, nel frantoio. Ve li tennero cinque giorni senza cibo né acqua. Poi ne fucilarono trentadue.
Lippi Francesconi ed i figli sfuggirono questo primo eccidio. Ma furono trascinati a Massa e qui il destino del medico si compì. In pieno mattino lo prelevò un ufficiale dall'aria amichevole. Gli dette per scusa, nel tradurlo, che al battaglione servivano cure. Non se ne seppe più niente. Diciassette anni dopo il suo corpo fu ritrovato in un fosso sulle colline.
L'avevano brutalmente ammazzato con un colpo di rivoltella. Era un poeta, era un amante della vita, era uno scienziato psichiatra, Guglielmo Lippi Francesconi.
I manifesti del Carnevale di Viareggio che ha disegnato parlano di eleganza e flaneur gentili.
Lo riconobbe una giuria composta da Galileo Chini e Guglielmo Belluomini (un valente architetto) e Giuseppe Viner, un artista.
Poi fece vignette satireggiando la terapia psichiatrica. Per lui i medici erano i più pericolosi.
Al bimbo che Giovanni Pascoli aveva scritto: "Ma Mimmo ier sera / tendeva tendeva la mano / piccina e leggiera / verso l'aldebarano / che fulgido sta" quella lontana estate del '44, iniziando, sembrava arridere. Aveva sposato una bellissima ragazza di Parma, Maria Teresa Ferrari, conosciuta in spiaggia gli aveva dato tre figli.
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Dirigeva Maggiano con empatia e scienza. Mario Tobino vi era appena giunto per iniziare un'intensa collaborazione. In quelle che Tobino poi chiamò le "antiche scale", ed ancora percorrendole suggeriscono più incubi che bei sogni, a Lippi Francesconi si tese però la corda di "cacciatori" infami. Volevano la sua testa, come avevano avuto, in altri luoghi, quella di Garcia Lorca.
E per chissà quali vendette e calunnie lo consegnarono ai killer nefandi.
Oggi la sua tomba, assieme a quelle della moglie e del figlio Pier Luigi, è collocata a Vecoli, in cima alla collina, nel panorama struggente della Lucchesia.
Faccio un forte encomio agli storici, a Franco Anichini, a Bianca Maria Scirè, a Giuliano Olivi. Bravissimi nella ricostruzione e nel dipingere, con freschezza, un clima.
Non trascorra disattesa quest'estate.
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