Attenzione
Un mistero quelle accuse a Tamara
Parla il maresciallo Lazzeri: «Non si capisce l’uscita della Circe. Vent’anni fa difese i figli come una tigre»
FORTE DEI MARMI. «Cavalié, non so’ stato io». Così Carlo Cappelletti, il carabiniere a cavallo (in realtà era un semplice artiere), ripeteva a Giulio Lazzeri, il gatto della Versilia, il maresciallo che insieme al pm Domenico Manzione incastrò la Circe.
La cui storia torna alla ribalta in questi giorni in un «furbo» quanto bel libro scritto da Mario Spezi sul delitto Iacopi.
«Nel buio di una notte di luglio» è uscito ieri nella prestigiosa collana di Mondadori intitolata Strade blu (la stessa collana che lanciò Gomorra di Saviano).
Il libro è ben scritto e meglio articolato, ma il boccone più prelibato è nelle prime due pagine. Qui Maria Luigia Redoli, che è stata condannata all’ergastolo per la morte del marito Luciano Iacopi, ricorda la telefonata che fu fatta al mago Portigati. La famosa chiamata in cui si chiedevano i soldi indietro (15 milioni in un assegno) spesi per il killer: il marito era già stato ammazzato. Da altri.
Ma la Circe va oltre, ed insinua che quel 17 luglio del 1989 ad uccidere Gasparello potrebbero essere stati il carabiniere e la figlia Tamara. Che con Carlo se la sarebbe intesa.
Insomma la ex Circe dopo 23 anni di carcere ricorda e accusa la figlia. Di averele ucciso il marito dopo avere trescato con il di lei amante. Accuse terribile per una madre. Cosa c’è dietro?
«Non lo so. Forse una questione di soldi. I figli, Tamara e Diego, hanno avuto i soldi dell’eredita Iacopi, la moglie assassina naturalmente no. Certo le accuse sono pesantissime». Lazzeri ricorda per filo e per segno quel luglio caldissimo. Non solo la litania del Cappelletti, ma anche la strafottenza della donna.
«Oggi Tamara è sposata e ha un figlio – rivela l’ex maresciallo dei carabinieri – e sta ancora in Versilia. Credo anche Diego. Perché tirare in ballo in maniera così dura la figlia? Non riesco a capirlo».
Lazzeri ha dato una mano a Spezi nel ricostruire la vicenda che portò Forte dei Marmi sulle prime pagine di tutti i giornali. «È venuto a trovarmi, ho raccontato molte cose che poi ritrovo nel libro». Come l’incontro con Alvaro Marchetti, il ginecologo recentemente scomparso.
«La Redoli fece credere al Capelletti di essere incinta - ricorda il Gatto – nonostante avesse 50 anni. Ma per massima sicurezza mi rivolsi a Marchetti che mi rispose: se è la Madonna può darsi. Insomma solo un miracolo può fare restare incinta una cinquantenne. Almeno 23 anni fa».
Ma come fece il Cappelletti a crederci?
«Quel ragazzo che noi cercammo di salvare in tutti i modi – ammette oggi Lazzeri – ebbe il primo rapporto sessuale con la Circe. Aveva 21 anni, veniva dalla campagna di Latina. Per chi non ricorda: era sbarcato in Versilia per l’esibizione dei carabinieri a cavallo a Marina di Pietrasanta. Lì nacque l’amore».
E della possibile liason fra Tamara e il Cappelletti, come insinua oggi la Circe? «Se ne spettegolava in paese. Ma a noi inquirenti, ricordiamo che con me c’era il maresciallo Pudda, interessava scoprire l’omicida, non dei rapporti di quel quartetto. Io posso dire una sola cosa che era palese a tutti. Anzi due cose: la prima che lei dominava tutti, dal Cappelletti ai figli. Ma soprattutto che ha sempre difeso con le unghie le posizioni di Tamara e Diego. Per questo motivo fa ancora più scalpore la sua accusa nel libro di Mario Spezi».
Ricordiamo che l’autore del libro è un grande cronista di giudiziaria che ha seguito tutte gli omicidi del Mostro di Firenze, fino a beccarsi un’inchiesta per depistaggi che lo condusse in carcere.
Una vicenda dalla quale Spezi è uscito completamente pulito ma che da conto della statura del giornalista e scrittore, non prono al potere.
Nel libro dice esplicitamente che non c’è la pistola fumante, o comunque che Manzione, Lazzeri & c. non la trovarono. Oggi però la Circe mentre da valore al libro di Spezi, allo stesso modo lo smonta, perché accusa la figlia. Insomma confermerebbe che il delitto è comunque maturato nella cerchia familiare di Gasaparello, proprietario immobiliare e usuraio.
Lazzeri rivela anche un risvolto importante dell’inchiesta. «Cappelletti era un ragazzo di 21 anni con la mia stessa divisa indosso. Non potevo lasciare niente di intentato prima che finisse all’ergastolo. Non per malinteso spirito di corpo, anzi. Insomma io cercai nei conti di Iacopi, nella sua attività di usuraio, di strozzino. Insomma si cercò di capire se esisteva un altro sospettato che volesse la morte di quell’uomo. Non si è trovato niente se si esclude una persona che avvicinai mentre filmava il funerale della vittima. Di che tv sei? Chiesi. Nessuna, filmo per me. Stasera mi riguardo la scena e brindo a champagne». E come lui, aggiunge Lazzeri, altri avrebbero potuto brindare, ma la pista della vendetta non portò a niente. E lo conferma ancora una volta lei, la cosiddetta Circe della Versilia: il delitto è in famiglia. Ma Tamara Iacopii sfiorata dal sospetto di complicità non è stata accusata di niente e ha potuto ricevere l’eredita del padre non biologico. Come il fratello. E forse dietro quei soldi c’è la chiave di un’accusa che non scalda più di tanto quanti nel 1989 seguirono con avidità uno dei primi processi mediatici, preceduto da pochi mesi – chi lo ricorda? – dalla Mantide, la Gigliola Guerinoni da Cairo Montenotte.
Un’altra Italia, un’altra Versilia. Che in quel delitto non si riconobbe, ma neppure ebbe niente da vergognarsi, come era successo giusto 20 anni prima con il caso Lavorini.
«Quando furono arrestati la Circe e Cappelletti – ricorda ancora Lazzeri – tentammo un ultimo stratagemma. La donna fini in carcere, il Cappelletti lo tenevamo con noi in caserma, in cella di sicurezza. Poi lo chiamavo e lo portavo con me in ufficio. Dimmi le cose, ripetevo, sei giovane, te la cavi con poco se confessi. Io insistevo e lui mi guardavo negli occhi e ripeteva quella litania: Cavaliè...».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
