La manifestazione
Sette indagati per il crack della Landi
Chiuse le indagini della Procura per il fallimento dell’azienda: per il Pm si tratta di una bancarotta da milioni di euro
QUERCETA. Sette indagati per la bancarotta milionaria e il fallimento della Landi Giocondo, l’azienda di marmi basata a Querceta (ma che aveva formalmente sede in provincia di Catanzaro) dichiarata fallita nel maggio 2011. Secondo l’indagine messa in piedi dalla Procura di Lucca in seguito al fallimento gli amministratori della società succedutisi negli anni avrebbero creato un sistema articolato per truccare i bilanci in modo da far sparire debiti.
Inoltre per il Pm l’azienda avrebbe ceduto l’attività estrattiva della cava Faniello a una società esterna (ma controllata dal figlio dell’amministratore unico della Landi Giocondo) a una cifra molto più bassa rispetto a quella del valore di mercato. Per gli investigatori l’azienda avrebbe avuto anche oltre un milione di tasse arretrate non pagate per gli anni dal 2004 al 2008.
E’notizia di questi giorni l’invio agli indagati dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari da parte del sostituto procuratore Enrico Corucci. Le accuse parlano di bancarotta semplice e bancarotta fraudolenta in concorso.
Gli indagati sono Maurizio Landi, 63anni (difeso dagli avvocati Alfredo Malfatti e Roberto Orlandi); Cristiano Landi, 38 anni (assistito dai legali Cristiano Baroni e Debora Iannello); Massimiliano Landi, 42 anni, Claudio Landi, 68 anni, Paolo Landi, 66 anni, Andrea Landi, 34 anni e Paolo Checchi, 55 anni (tutti difesi d’ufficio dall’avvocato Marco Del Debbio).
Il fallimento della Landi Giocondo (azienda da non confondere con la Landi Group) è stato certificato dal Tribunale di Lucca nel maggio 2011.
A precederlo una serie di scontri all’interno della famiglia (la Procura è intervenuta dopo un esposto fatto partire da Claudio Landi, uno dei soci dell’azienda) e , secondo i magistrati, una serie di condotte irregolari dal punto di vista amministrativo come la creazione di passività inesistenti e la “svendita” di beni della società a soci o parenti.
Gran parte della vicenda ruota attorno alla vendita del ramo d'azienda della cava Faniello dalla Landi Giocondo alla Tre Elle srl. Per la Procura infatti, questo sarebbe stato solo un tentativo di "distrarre" un bene pregiato dal patrimonio di una società in grave difficoltà.
Negli atti dell’accusa si parla di un valore netto della cava di quasi 1.200.000 euro. Ma nell’agosto 2010 l’area fu venduta alla Tre Elle per un corrispettivo di 405mila euro. Parte di questi soldi - circa 45mila euro - furono pagati in contanti. Altri 70mila come compensazione del credito di 74mila euro verso lo stesso Cristiano Landi.
La cava fu sequestrata su ordine della Procura (e adesso è tornata in attività ma in amministrazione controllata da parte di un curatore incaricato dal Tribunale).
L’attenzione degli investigatori si è anche concentrata su alcune falsificazioni dei dati sui beni presenti in magazzino, messi in bilancio dal 2005 e fino al fallimento per un valore di circa 2 milioni. Questo materiale non sarebbe però poi stato trovato nei magazzini dai curatori fallimentari. Per il dottor Corucci, il pm che coordina le indagini sul caso, un debito «inesistente» di 219mila euro verso il socio Massimiliano Landi (anch’egli finito tra gli indagati) è stato “pagato” con attrezzature di cava.
La procura ipotizza anche che Paolo Landi, Claudio Landi e Maurizio Landi - che negli anni si sono alternati come amministratori e presidenti del consiglio di amministrazione della Landi Giocondo - abbiano truccato e manipolato bilanci e scritture contabili in modo da nascondere la situazione finanziaria dell’azienda.In particolare avrebbero anche effettuato delle capitalizzazioni improprie per gli anni dal 2005 al 2009 in modo da far emergere un risultato economico migliore di quello reale.
Dall’analisi dei dati contabili effettuata dalla Procura emergerebbe anche la mancata registrazione di debiti di imposta per diverse centinaia di migliaia di euro.
L’azienda non avrebbe versato parte delle imposte e avrebbe anche inserito in bilancio crediti Iva inesistenti.
Infine gli amministratori avrebbero ritardato la dichiarazione del fallimento aggravando il dissesto della società.
Ora si attendono le decisioni del Gup sull’eventuale rinvio a giudizio degli indagati.
Poi il complicatissimo intrico dovrà essere sciolto dal giudice e dalle difese degli eventuai imputati.
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