Sicurezza
«Quando segnavo io l’Italia si fermava»
Paolo Rossi al teatro comunale rivive la tripletta al Brasile: «Quella Nazionale è ancora nel cuore, quella di Lippi meno...»
PIETRASANTA. Ucciderlo proprio no. Ma i brasiliani, a Paolo Rossi, dopo quella tripletta alla loro Nazionale nel luglio del 1982, un brutto quarto d’ora glielo avrebbero fatto passare più che volentieri. «L’anno dopo il Mondiale vinto in Spagna, andai in vacanza proprio a San Paolo. Uscii dall’albergo e presi un taxi per recarmi in centro; ad un certo punto del tragitto notai che il tassista mi fissava nello specchietto. “ Tu sei Paolo Rossi?” chiese, e al mio cenno di assenso inchiodò l’auto dicendomi di scendere: non poteva trasportare chi aveva dato al Brasile un dispiacere così grande. Rimasi senza parole, poi uscii. Senza pagare la corsa, ovvio».
Paolo Rossi da Prato, classe 1956, eroe dei due mondi calcistici, Argentina 1978, Spagna 1982, campione mondiale con l’unica vera Nazionale rimasta ancora oggi avvinghiata al cuore degli italiani, quella di Enzo Bearzot, guarda al passato con il solito disincanto. Lo farà anche stasera, a partire dalle 21, al teatro comunale, durante il terzo appuntamento di Pietrasantissima, il talk show firmato da Michele Marcucci, e presentato da Marco Bernardini, dal titolo eloquente, “Volevano uccidere Pablito”. Già, perché a 30 anni di distanza da quel magico pomeriggio assolato al Sarrià di Barcellona, quando le icone invincibili verde-oro vennero trafitte per 3 volte dal redivivo Pablito, sul palco troveranno posto, oltre allo stesso Rossi, anche Giancarlo Antognoni, Antonio Cabrini e Giovanni Galli, miti, mai sgualciti, dell’Italia pallonara che fu. Così che nel ricordo sarà più inebriante, una volta tanto, naufragare.
Dunque, Paolo, un trentennio o giù di lì dopo, qual è il primo ricordo che ti viene in mente di quell’avventura spagnola che ci laureò come i primi della classe?
«Ripenso a quel tripudio di bandiere italiane in uno stadio, il Bernabeu, stracolmo di nostri connazionali. In quella notte era grande l’orgoglio di essere italiani e di essere stati protagonisti di un’impresa. Rappresentavamo un popolo intero che dopo 44 anni riviveva una gioia incredibile».
Perché quella Nazionale, più di altre, è rimasta nel cuore degli italiani?
«Forse è dovuto al fatto che abbiamo vinto battendo le big: Brasile e Argentina erano il top in quel momento, Polonia e Germania nel 1982 le europee più quotate. Abbiamo vinto le partite in modo netto e la gente ricorda tutto di quelle gare. Cosa, invece, che non accade per il Mondiale 2006 anche se quella della squadra di Marcello Lippi è stata ugualmente una grande impresa. Ancora oggi, quando le persone mi fermano per strada, rievocano ogni stralcio di partita di quel Mondiale, come se fosse oggi».
Chi era Enzo Bearzot per Paolo Rossi?
«In assoluto la persona a livello sportivo a cui sono maggiormente riconoscente. Questa fiducia che aveva in me era basata su convinzioni che solo un friulano testardo come lui poteva avere. Era certo che io lo avrei ripagato e che sarei tornato quello del 1978, quando “sbocciai” nel Mundial argentino. Non fu facile sia per lui che per me, ma alla fine ebbe ragione. Ed io feci di tutto per non farlo ricredere».
Come cambiò la vita di Paolo Rossi dopo quel Mondiale?
«In modo radicale, sin dal momento del mio ritorno in Italia, il 12 luglio. Tutti volevano incontrarmi e parlarmi. Mi ricordo che il presidente della Sampdoria Paolo Mantovani mi offrì di passare le vacanze nella sua villa a Cap D'Antibes in Costa Azzurra, lontano dall’assedio italiano. Accettai. Ma in ogni caso, al di là dello stress conseguente agli assalti continui delle persone, fu una cosa davvero molto piacevole. Una sensazione bellissima, perché tutti noi avevamo capito di aver fatto una cosa importante per un Paese come l’Italia che viveva una fase molto difficile».
Prima del Mondiale avevi appena terminato di scontare una lunga squalifica legata al calcioscommesse: qual era il tuo stato d’animo in quel momento?
«Avevo tanta voglia di dimostrare chi ero. Ma non fu facile, perché nei due anni di stop avevo perso il ritmo della gara, la capacità di concentrazione, tutte quelle cose che acquisisci solo quando sei impegnato in partita e non solo negli allenamenti. Sentivo anche un grande senso di responsabilità, perché la Nazionale nella preparazione verso i Mondiali non era al meglio e stentava. Una spinta l’ho avuta dai compagni: eravamo davvero un grande gruppo, per forza morale e compattezza. Altrimenti sarebbe stato impossibile superare tutte quelle polemiche».
E a proposito di compagni, con chi, in quel Mondiale, avevi legato di più?
«Come dicevo con tutti avevo un ottimo rapporto, ma in particolare con Antonio Cabrini e Marco Tardelli, che anche nella Juventus erano i compagni che frequentavo maggiormente».
Nel 1982 gli attacchi a Bearzot, nel 2006 Calciopoli, nel 2012 il calcioscommesse. Vedi parallelismi tra le tre vigilie?
«Sono tre situazioni diverse. Nel 1982 il problema sembrava tecnico perché, come dicevo, l'Italia veniva da un anno molto tormentato. Nel 2006 il ciclone di Calciopoli fu devastante, ora sono ancora polemiche vibranti. L’unico comune denominatore è che di solito quando siamo al centro di vigilie così agitate poi nelle manifestazioni a cui partecipiamo andiamo bene. L'Italia di Cesare Prandelli è comunque una buona Nazionale. Vediamo in che condizioni ci presenteremo, ma possiamo fare un buon Europeo».
L’idea di scrivere un libro “Il mio mitico Mondiale” – uscito in queste settimane - è tua o porta la firma di tua moglie, Federica Cappelletti?
«Sicuramente è un’idea di Federica, che da buona giornalista si è resa conto che ancora oggi la gente mi ferma e mi racconta di aneddoti vissuti nel 1982 in quel fantastico mese mondiale. Da qui la domanda mia e di Federica: perché non scrivere un libro dove si raccolgono queste storie e questi aneddoti ? Le persone ricordano lucidamente dov’erano e cosa facevano in quei giorni: penso a una donna di Montevarchi, che la notte dell'11 luglio ha dovuto attendere mezz’ora per partorire perché l'equipe medica guardava la finale. E a quella sposa che non “consumò” la prima notte, perché lo sposo festeggiava».
Oltre a scrivere libri e a commentare la Champions per Sky, cosa fa oggi Paolo Rossi?
«Gestisco con Federica un grande agriturismo di nostra proprietà a Bucine nell’Aretino. Poi a Vicenza ho sempre l’azienda nel settore edilizio in società con Giancarlo Salvi, mio compagno di squadra nel Vicenza di G.B. Fabbri che mi lanciò nel grande calcio. Ecco, fra tanti ricordi, successi, momenti sportivi belli e meno belli quando mi volto indietro, alla fine, vedo sempre e solamente due volti: quelli di Fabbri e Bearzot. Due grandi persone».
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