Il dolore
Lo tsunami di soldi che ha devastato Forte
Secondo lo scrittore Fabio Genovesi il paese è stato svenduto al turismo d’élite Nel nuovo saggio “Morte dei Marmi” cerca di ricostruirne l’atmosfera perduta
FORTE. «Uno tsunami è uno tsunami, e non c'è verso di fermarlo. Non importa se è fatto d'acqua, di lava o di zucchero filato, lui arriva e devasta tutto. E su Forte dei Marmi si è abbattuto uno tsunami di denaro». Ha un titolo geniale - e che farà sicuramente discutere - il nuovo libro di Fabio Genovesi. In “Morte dei marmi”, uscito giovedì per la collana Contromano della Laterza, lo scrittore descrive con la consueta ironia come questo angolo di Versilia si sia trasformato negli ultimi anni. «Il libro è un grido di rabbia contro il turismo di massa e la cementificazione - spiega Genovesi - ma è anche un messaggio di amore molto sentito per un paese unico che purtroppo sta sparendo».
La “Rock City” di cui parlavi nel tuo primo romanzo è davvero morta?
«La città non è ancora morta ma mi fa tristezza vedere cosa sta accadendo. Questo è sempre stato un paese con caratteristiche tutte sue. Ma adesso ci siamo svenduti al turismo d’élite. Per quella gente è indifferente essere qui o altrove. Basta che ci siano le boutique. Forte è diventata un palcoscenico da cui sono esclusi i fortemarmini».
Nel libro parli proprio di queste “creature” ormai rare...
«Ho voluto ricreare un’atmosfera particolare usando i miei ricordi. Il libro è una specie di canto per i fortemarmini con tutti i loro mille difetti. La gente di qui una volta i turisti li trattava quasi male, sembrava poco ospitale e non vedeva l’ora che arrivassero i fuochi di Sant’Ermete per mandare tutti a casa. Ma alla fine tutti i grandi qui si sentivano come a casa. Alla fine dell’estate i fortemarmini si riappropriavano del paese. Ora turisti ricchissimi come i magnati russi si stanno comprando tutto. E i nativi vivono come nelle riserve indiane, sembrano i Mohicani».
Pensavi alla Forte di “vestivamo alla Marinara”?
«Non proprio. Di solito quando si parla di Forte si assume il punto di vista di chi veniva qui un mese all’anno oppure delle persone eccezionali che vi soggirnavano. Io voglio parlare dell’insieme. In Morte dei Marmi cerco di raccontare la vita del giardiniere, dell’idraulico, delle persone che facevano i lavori o affittavano le loro case».
A Forte si sono tenute da poco le elezioni, cosa chiederesti al sindaco Buratti?
La città deve essere vivibile per chi ha scelto di rimanervi. Servono negozi, servono luoghi dove si possano vivere i ritmi e i colori di un paese vivo. Basta con il cemento. Anche Pietrasanta, tra ristoranti e negozietti chic,rischia di perdere la sua identità e far fuggire tutti gli artisti. Diamo una speranza ai tanti giovani creativi e con voglia di fare che vivono qui. Non mi piace quando i poitici dicono “d’altronde è così”. Io dico “non può essere così”. La diversità va tutelata, i giovani devono essere orgogliosi di venire da un luogo di provincia diverso da gli altri».
Qual è l’angolo di Forte più adatto per leggere il tuo libro?
«Sicuramente il pontile. Qui ci sono i pescatori e gli anziani. Ed è l’unico angolo di Forte dove si capisce che ci si trova vicno al mare. Questo non succede più nemmeno negli stabilimenti balneari. La vera atmosfera del paese èl ìe sarebbe un crimine distruggerla».
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