Attenzione
Donne, in 112 chiedono aiuto
Ersilia Raffaelli: la Versilia non sfugge al femminicidio
VIAREGGIO. «La violenza sulle donne è un fenomeno in preoccupante aumento, ed è necessario correre ai ripari prima che la situazione peggiori ulteriormente». Questo l'allarme lanciato da Ersilia Raffaelli, presidente della Casa delle Donne di Viareggio e operatrice del centro antiviolenza "L'una per l'altra".
I femminicidi in Italia dall'inizio del 2012 sono stati ben cinquantasei e «spesso vengono vissuti -continua Raffaelli - nell'indifferenza e nell'ignoranza, passando come omicidi tout court piuttosto che essere affrontati come gravi problemi culturali. Quello delle violenze sessuali è un fenomeno sommerso al 93%, e nella maggior parte dei casi si svolgono fra le mura domestiche, collocandosi come prima causa di morte per le donne fra i 15 e 46 anni, prima ancora di tumori e malattie».
Per questo motivo l'Associazione nazionale Dire (Donne in rete contro la violenza), a cui aderisce la Casa delle Donne di Viareggio, ieri ha recapitato una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, affinché la lotta alla violenza di genere diventi una priorità dell'agenda politica italiana. «Solamente nel 2011 le donne che si sono rivolte al centro di Viareggio sono state 112, di cui 76 italiane, con un'età media che oscilla fra i 30 e i 40 anni», afferma Raffaelli. «Arrivano anche donne che da oltre trent'anni subiscono violenze e che sono arrivate all'esasperazione. La possibilità di uscire da questo incubo esiste e per questo motivo chiediamo aiuto anche alle istituzioni versiliesi con la realizzazione di una casa rifugio per le donne maltrattate: sono anni che ci proviamo, ma forse adesso qualcosa comincia a muoversi. Fondamentale è avere la certezza della continuità da parte dei Comuni, perché le spese da affrontare saranno molte e non possiamo sostenerle da sole".
Parole dure quelle della dottoressa nei confronti di Francesco Quinci, autore dell'omicidio di Rajmonda Zefi, condannato la scorsa settimana a 18 anni e 8 mesi di carcere e a cui non è stata attribuita la brutalità dell'omicidio: «Sono pochissimi anni: è necessaria una certezza della pena adeguata al reato che la persona ha commesso e in questo caso, come in tanti altri, non è avvenuto. Inoltre è fondamentale anche un processo di rieducazione: non basta il carcere».
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