Il Tirreno

Versilia

Morì per setticemia dopo un intervento «Vogliamo giustizia»

di Luca Basile
Morì per setticemia dopo un intervento «Vogliamo giustizia»

I familiari di Sandro Fialdini ripercorrono la vicenda Ma la Procura ha già chiesto l’archiviazione del caso

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PIETRASANTA. «Vogliamo la verità, solo questo. E metterci, una volta per tutte, il cuore in pace». Una vicenda dolorosa, con strascichi in sede penale e civile, quella portata avanti dai familiari di Sandro Fialdini, scomparso, nel maggio 2009, all’età di 62 anni, durante un decorso post-operatorio. I legali della famiglia puntano l’indice contro Asl e staff dell’Ospedale ico Versilia allegando tutta una serie di domande: «perché tre interventi nel breve volgere di 25 giorni? Perché non si è riusciti a ‘tamponare’, in qualche modo, quell’infezione diffusa che è stata poi la causa del decesso di Fialdini? Ma soprattutto perché all’indomani della prima operazione era stato assicurato alla moglie Iolanda e alla figlia Stefania che Sandro Fialdini sarebbe tornato a casa entro una settimana e poi si è invece ritrovato agonizzante in ospedale?» chiedono gli avvocati Giacomo Carella e Marco Serafini che aggiungono.

«Deve essere stabilito se si sono verificate, nella morte di Fialdini responsabilità professionali per imperizia, imprudenza e negligenza, nella condotta medica durante e dopo l’intervento”. Facciamo un passo indietro. “ Mio suocero – racconta Giovanni Cangeri – era stato convinto dalla moglie ad eseguire alcuni esami: negli ultimi tempi era infatti dimagrito in modo evidente. Esami che rilevarono un ispessimento della parete dello stomaco. Ai successivi controlli quell’ispessimento si rivelò un tumore. Da qui la trafila, dolorosa, che si segue in questi casi con l’intervento che venne eseguito il 7 aprile di tre anni fa dal dottor Nocentini. Mia moglie Stefania dopo l’operazione parlò con il chirurgo che la rassicurò sull’esito, perfettamente riuscito: a mio suocero erano stati asportati poco più di tre quarti di stomaco e parte del duodeno per poter suturare su tessuti integri. Sarebbe tornato a casa entro 7, massimo 8 giorni, dissero, in attesa delle risposte dell’esame istologico”. Poi, l’improvviso peggioramento.

«Due giorni dopo l’operazione, Sandro già soffriva di problemi di respirazione: chiesi spiegazioni ai sanitari – continua Cangeri - e il chirurgo, nel confermarmi la riuscita dell’intervento, riferì che le radiografie ai polmoni erano a posto. In realtà da lì a poco gli misero la maschera dell’ossigeno e venne rilevata un’infiammazione proprio al polmone, anche se ci precisarono che non c’era pericolo di vita. Mio suocero venne poi portato in rianimazione: ci dissero che era per monitorarlo meglio. Cominciammo a rimbalzare fra un medico e l’altro, dal chirurgo all’anestesista fino ai sanitari della rianimazione, per saperne di più sul suo stato di salute. Nei giorni successivi la situazione precipitò ulteriormente: Sandro subì due nuove operazioni, la prima delle quali determinò l’asportazione della milza, mentre con la seconda si tentò di arrestare un’emorragia. E fu allora che il chirurgo cominciò a parlare apertamente di infezione e della necessità di chiudere i punti che dopo il primo intervento si erano aperti. Mio suocero è andato avanti convivendo con situazioni sempre più problematiche, fino al 2 maggio 2009, quando morì per setticemia. Una scomparsa di cui ancora oggi la figlia, la moglie e chi gli voleva bene, non sanno farsene una ragione». Le perizie mediche di parte hanno dato esiti contrapposti: quella del dottor. Falcocchio individua responsabilità sia del chirurgo che delle fasi legate al decorso post operatorio, mentre quella del dottor Pierotti – eseguita per conto dell’Asl - esclude, al contrario, ogni colpa. Nel frattempo in sede penale, la Procura ha disposto l’archiviazione a cui però i familiari hanno già deciso di opporsi. Deciderà il tribunale.« Per quanto riguarda la causa civile, di cui ci occupiamo – spiega l’avvocato Carella – intendiamo presentare richiesta, visto l’esito contrapposto delle perizie, di un accertamento tecnico preventivo. In sostanza serve un terzo parere e a quello ci rimetteremo. Sandro Fialdini e i suoi cari hanno il diritto di conoscere la verità, appurando una volta per tutte se esistono responsabilità o meno in chi l’ha seguito in quei 25 giorni”.

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