Il Tirreno

Versilia

Il pastorello diventato artista La storia di Franco Adami

di Adolfo Lippi
Il pastorello diventato artista La storia di Franco Adami

Lo scultore pisano fu scoperto da Andrée Malraux, grande intellettuale francese e consigliere culturale di De Gaulle. Il racconto della sua vita e delle sue opere fra Parigi e Pietrasanta

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PIETRASANTA. Franco Adami è un “pisanaccio” di Calci. Vive a Parigi. Lavora a Pietrasanta. Dico “pisanaccio” perché Adami è schizzante, elettrico, polemico e vitale. Pare Maccari per la sincerità dei giudizi e il vetriolo che vi mette. Maccari disegnava voracemente. Adami è uno scultore celebre e celebrato, ma attenzione alle unghie. E' pisano ghibellino. Quando gli nomini, che so, Botero, alza gli occhi al cielo e le narici si dilatano. Botero è un galletto colombiano, ha dentro la sensualità grassa e rapace dei conquistatori spagnoli. Adami è un galletto italo-francese, spara fendenti in quel pollaio “d'Atene” che è la Pietrasanta degli artisti dove tutti si baciano e tutti si odiano, ma tutti, tanti, rendono forte questa cittadina versiliese resa famosa dai suoi marmi, dalle fonderie, dalle gallerie d'arte, dalla Versiliana dove D'Annunzio visse qualche lampo erotico di poesia fatta per piacere alle femmine e dannare, per la tiritera piovigginosa, i ragazzi a scuola.

Franco Adami un po' ce l'ha con Pietrasanta che gli ha dato una rotonda per un monumento e che lo ospita con lo studio. Ce l'ha perché, a parer suo, decade giorno dopo giorno. Perfino le fonderie, che dice “care”, vengono ormai disertate per Verona, più a buon mercato. Ma Adami non tradirebbe mai questa riviera perché qui ci sono amici che lo capiscono, gente scapicollata come lui, vedi Massimiliano Simoni che quand'era al Pucciniano di Torre del Lago gli commissionò le rupestri e chiassose scenografie di Turandot, vedi Franco Antignano un “assistente” che si divide tra arte e cinema e musica leggera, intriso di quello spirito “picaro” avventuroso e fertile che in Adami, nel “maestro”, si solidifica in struttura-meccano dove c'è una qualità dinamica che è il soggetto e una quantità ferma che sono ora il marmo, ora il bronzo, ora l'argento.

Adami è un fiume. Nasce a Pisa ma è conquistato subito dai silenzi lunari nel Cimitero Monumentale, nella vicina Certosa di Calci, nelle sculture duecentesche di Nicola Pisano nel Duomo.

Impressionato da riferimenti così nobili Adami si sposta bimbetto a Firenze e v'impara l'arte del restauro.

C'è un ebreo che ha una bottega frequentata e che, rimasto colpito dalle capacità manuali e dal talento del ragazzo gli dà spago e ne trae profitto; che il lavori di “Franchino” valgono subito, si riconoscono per perizia tecnica ed eleganza formale.

Ma l'incontro decisivo è, sulle colline di Calci, con il “mostro sacro” della cultura e della politica francese, quell'André Malraux che sarà il braccio destro del generalissimo De Gaulle, suo ministro della cultura e gran protettore delle arti contemporanee, non soltanto in Francia.

Malraux, chissà perché, un giorno camminava sulle erbe chiare del pisano, quando si imbattè in Franco Adami che mungeva una capra, Nina. E la disegnava. Malraux si compiacque ed invitò il ragazzo a fargli da cicerone per i dintorni. Così Adami assaporò l'aura parigina; inutile dirlo, se ne innamorò. E qualche anno dopo raggiunse, in tasca pochi spiccioli da emigrante, la Gare de Lyon. Dove in poco tempo seppe e conobbe l'importanza del suo Cimabue.

Malraux, naturalmente, lo ricevette; abitava a Parigi in una villa spettacolare. Offrì al suo “giottino” una tazza di cioccolata, gli mostrò una ricca collezione di libri antichi, eppoi lo spronò a restare. Che c'è di meglio per un talento artistico? Adami entrò come restauratore al Louvre, cioè nel sancta-sanctorum della pittura e della scultura del mondo. E da fiume tumultuoso e precario si trasformò in portatore di segni, opere, fantasie, metamorfosi, un grandioso insieme di materiali che piacque (e piace tantissimo) ai sofisticati critici francesi, già inebetiti da Rodin, Brancusi, Giacometti.

Abita oggi a Parigi nelle scuderie del Palazzo Lafayette. Adami è un notabile. Ma, per anni, abitò al XII° arrondissement tra italiani che facevano, mantenendosi a stento, i sogli dei marciapiedi. E lui stesso fece qualche mestiere, lì in quella zona dove aveva abitato anche Pietro Nenni sfuggito ai fascisti. Mise su anche un alberghetto ristorante. Ed i successi gli giunsero dalla partecipazione ai Saloni.

I Saloni, per Parigi, non sono luoghi d'esposizione, sono di più, sono accademie, sono vetrine ma anche consacrazioni. Basti dire che Baudelaire, quando li visitava, vi scriveva sopra capolavori di critica. Stare in un Salone è più che partecipare alla Biennale.

L'occhio che ti guarda è di intenditori che fanno (e fecero) mercato a Londra, a Berlino, a New York.

Adami nel '75 fu nel Salon d'Automne, nell'80 alla Biennale di Brest, nell'82 alla Biennale Europea di Scultura, nel '91 ad Istanbul a Miami a Seul, in tempi più recenti l'indimenticabile presenza all'Aeroporto di Pisa e, a venire, la rassegna in Costa Azzurra dove, su invito, saranno presenti opere di Arman, Dubuffet, Tapies, Matta, Cesar, e Adami unico italiano.

Così tra gli italiani di Parigi lo studio suo divenne un appuntamento obbligato: per spaghettate e discussioni colte. Vi si trovavano attori come Yves Montand (accompagnato da Edith Piaf), Lino Ventura, Serge Reggiani, Michel Piccoli, scultori come Giacometti e Cesar.

Vi si introdusse un intellettuale africano, Huphone De Boigny, presidente della Costa d'Avorio; ed opere di Adami sono in Africa, a Lomè ed in Togo.

Quando Giovanni Paolo II° visitò quelle regioni, lo scultore pisano gli fece da “chaperon”, giocarono anche a bocce insieme.

Seguire un personaggio come Adami è arduo, ha aneddoti di tutti i continenti, riferimenti che sconfinano.

Ci si ferma soltanto davanti alle sculture, ai disegni, che richiedono pensiero, attenzione, gusto alla forma.

L'opera per Franco Adami è, innanzitutto, “cosa”, non è tema, non è concetto, non è chiacchiera, non è significato. Le sculture possono chiamarsi “tartarughe” o “centurioni” o “mosca impazzita” o “Liberazione”, ciò che si vede, compatta, levigata, densa, è la massa, il corpo in marmo o in bronzo, ora un grumo, ora un megalite, ora un pinnacolo, mai una figura naturalistica, una copia vera d'un animale o di un uomo, mai una fotografia.

Adami è un mondo di incontri abbastanza nuovi, dico abbastanza perché vi si trova qualche traccia “primitiva” alla Costantin Brancusi, qualche traccia di Lipchitz o di Ossip Zadkine; ma si vede la specificità di Adami considerando la sua pratica nel restauro, nel passare sopra, toccandola con strumenti antichi, la materia che gli esce fluida, pulita, cristallina come il miele e dura, durissima, ad ergersi come pietra di sacrificio, pietra da adorare, bella e mai consumata dagli obblighi di un racconto.

Speriamo, allora, rimanga a Pietrasanta, Franco Adami. Speriamo non rimanga solo Fernando Botero. I galli che combattono fanno vita. Quando resta un gallo solo l'arte è rimembranza o retorica celebrazione.

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