Il Tirreno

Versilia

Rajmonda, al marito soltanto 18 anni

di Matteo Tuccini
Rajmonda, al marito soltanto 18 anni

Francesco Quinci l’aveva strangolata in casa, poi si era disfatto del cadavere. I familiari della vittima: «Sentenza ingiusta»

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VIAREGGIO. «Una sentenza ingiusta. Che non tiene conto di quello che lui ha fatto a Rajmonda, e di rimando a noi. Ma siamo costretti ad accettarla. Che cosa provo? Tanta rabbia».

Klejdi Zefi, al telefono, parla a nome di tutta la famiglia della donna strangolata a 30 anni dal marito nella loro casa di Stiava: era il giorno di San Silvestro del 2010. La voce è ferma, sceglie i vocaboli con cura, mostrando una conoscenza perfetta dell’italiano. Ma l’emozione è tanta.

Il giudice del tribunale di Lucca Giuseppe Pezzuti ha appena condannato Francesco Quinci, 37enne marmista viareggino, a 18 anni e 8 mesi di carcere - con 320mila euro di risarcimento - per l’omicidio della moglie e madre dei suoi due figli. E il fratello di Rajmonda, il più grande dei tre, a fatica riesce a mantenere quel basso profilo tenuto da lui e dagli altri parenti durante tutta la tragedia.

«Non c’è stata brutalità». Il pubblico ministero Sara Polino aveva chiesto l’ergastolo per Quinci: considerato che si trattava di un rito abbreviato, quindi con uno sconto di pena in caso di condanna, il giudice non poteva infliggere più di 30 anni di carcere.

Il tribunale non ha riconosciuto l’infermità mentale sostenuta dalla difesa: Quinci era capace di intendere e di volere, secondo il giudice, quando ha messo le mani intorno al collo della moglie la mattina del 31 dicembre 2010. E lo era altrettanto quando ha caricato il corpo della donna nella sua auto, gettandolo poi in un dirupo nei boschi sopra Stazzema.

Niente attenuanti, ma neanche aggravanti: la sentenza, infatti, non riconosce la brutalità dell’omicidio. Ed è questo aspetto a lasciare sconcertati i parenti della vittima e il loro avvocato di parte civile, Riccardo Carloni. Che ha già annunciato di voler fare appello.

«È chiaro che non abbiamo mai creduto all’incapacità di intendere e di volere - dice Carloni - anche perché mi domando come sia possibile strozzare una persona, che significa stringerle il collo per almeno 10 minuti, e poi sostenere l’infermità mentale. Allo stesso tempo ci sembra inevitabile che un delitto del genere sia stato commesso con ferocia».

«Soddisfatti, andremo avanti». Anche la difesa di Quinci, però, intende andare avanti. «La sentenza ci soddisfa - spiega l’avvocato Carlo Alberto Antongiovanni - ci siamo battuti molto perché si chiarisse che nell’omicidio non c’è stata brutalità, e così è avvenuto. Andremo avanti, però, dopo aver conosciuto le motivazioni della sentenza (che saranno depositate entro 30 giorni, ndr). Il nostro perito dice che l’infermità c’è, e lo dimostreremo».

Una vittima dimenticata. Al di là della sentenza e dei commenti, la storia di Rajmonda è la stessa di tante donne vittime della violenza in famiglia. Con un’aggravante: il suo essere di origini albanesi ha fatto sì che venisse dimenticata in fretta. Così come la sua scomparsa era stata snobbata («È scappata con un altro», fu la versione delle malelingue) per la sua morte non ci sono stati cortei, mobilitazioni, né firme di appelli come si vedono in questi giorni sui giornali. A piangerla solo i familiari, in silenzio: in Italia dal 1990, integrati, la maggior parte muratori nei cantieri edili della Versilia. Gente perbene che qui si sente a casa e che ha deciso di tumulare la propria figlia e sorella a Viareggio, perché «questo è il nostro posto». No, non faceva notizia Rajmonda, anche perché la sua vicenda non dimostrava la “brutalità degli slavi” cara ai media. Dimostrava che gli immigrati, invece che mostri, possono essere vittime. E il sospetto che se lei fosse stata italiana, e il carnefice albanese, ci sarebbero stati interrogazioni parlamentari e ronde di notte, è così forte da lasciare un velo di tristezza ulteriore su una tragedia enorme.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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